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Il giardino dei Sibillini: Zafferano Maggiore o Croco

Zafferano Maggiore – Piano della Gardosa – Foce di Montemonaco

Il fiore che annuncia la primavera

Il croco selvatico, noto anche con il nome di zafferano maggiore o falso zafferano per la somiglianza con Crocus sativus da cui si ricava la nota spezia giallastra, appartiene alla famiglia delle Iridaceae ed è classificato come Crocus vernus. La fioritura avviene già dal mese di Febbraio.

Simboleggia l’amore appassionato e giovinezza spensierata

Il suo habitat è piuttosto vasto e va dai prati umidi alle radure umide tra i faggeti fino ai pascoli, ma solo laddove la vegetazione prativa non si sviluppa con grande anticipo impedendogli di completare il suo ciclo.

Il croco, infatti, per poter restare in vita da un anno all’altro dopo la fioritura deve poter riaccumulare sostanze di riserva all’interno del bulbo e questo non è possibile se lo sfalcio del prato avviene prima che si siano disseccate le ultime foglie.

Il nome Croco deriva dal termine greco kroke il cui significato letterale è “filamento” e sta a indicare i lunghi stimmi presenti all’interno della corolla.

Il Croco è un fiore conosciuto fin dai tempi antichi, perfino Omero lo nomina quando descrive il talamo nuziale di Giove e Giunone, ed è forse questo il motivo che lega il Croco alla passione e alla sensualità.

Vi sono numerose specie di Croco, sia coltivato che a crescita spontanea è una pianta erbacea dalle foglie verde scuro striate di bianco al centro.

Pianta decorativa, con fiori che nascono direttamente dal terreno senza avere nessun sostegno dato dallo stelo.

Morfologia

Pianta erbacea, perenne, con un piccolo bulbo sferico, alta 10-20 cm, con 2-3 foglie inferiori biancastre

Il fiore quasi sempre solitario è inodore, in genere di colore violetto, spesso più scuri all’apice, ma a volte anche bianchi che misurano 8- 15-x 30-40 mm essi sono caratterizzati da lunghissimi stimmi da cui si origina il nome.

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I comuni dei Sibillini: Montemonaco (AP)

Montemonaco – Foto A. Barbizzi

Montemonaco, è un comune italiano della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Territorio

Montemonaco sorge nell’alta valle dell’Aso, su un leggero pianoro di cresta prospiciente Monte Zampa e Monte Sibilla ad una quota di 988 m s.l.m. È per altezza il secondo comune delle Marche.

Il territorio comunale ricade per la maggior parte all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e spazia dalle vette del Massiccio del Vettore, nel cui alveo morenico è ospitato il Lago di Pilato, a quelle dell’Argentella, Pizzo del Diavolo, Palazzo Borghese, Monte Porche che segnano il confine amministrativo con Norcia e l’Umbria, fino alle creste di Monte Sibilla e il Comune di Montefortino verso nord/est. Dai morbidi pendii erbosi di Monte Sibilla e Monte Zampa fino al degradare del paesaggio collinare verso Comunanza. Dalle colline sul lato sud dell’alta valle dell’Aso e Monte Altino si estende agli altopiani prossimi alla chiesa di Santa Maria in Pantano nel Comune di Montegallo.

La strutturazione orografica prevalente è quella tipica del paesaggio agrario della media e alta montagna appenninica, caratterizzata da una successione di creste aeree, di gole incassate e profonde, ripidi pendii pietrosi che s’innalzano da lievi declivi coperti di boschi. Le ristrette valli sono innervate da torrenti a volte impetuosi, che discendono in direzione del Mare Adriatico insieme alla rete viaria di crinale e fondovalle.

Queste le caratteristiche geomorfologiche di un “espressivo ed inalterato scenario naturale di notevole valore ambientale” ancora poco antropizzato e per lo più ricompreso nel Versante della Magia del Parco nazionale dei Monti Sibillini.

Storia

Le prime indagini storiche su Montemonaco condotte nella prima metà del Novecento da Augusto Vittori fanno risalire l’origine del toponimo ad un nucleo di monaci benedettini stabilitosi in questo piccolo altopiano sin dall’VIII secolo. L’incastellamento e la costituzione in libero comune avvenne nel XIII secolo dopo che si era notevolmente indebolita l’autorità dei Nobili di Monte Passillo e degli altri signorotti locali. Fu allora che i montemonachesi costruirono le alte mura in pietra intervallate da torrioni, che sin da allora resero Montemonaco indipendente e fiera nel respingere gli attacchi dei vicini Comuni di Norcia, Montefortino, Amandola, Arquata del Tronto e persino di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino ai quali, a dispetto di Amandola e Montefortino che nelle diverse occasioni erano state sempre conquistate, riuscirono ad imporre patti di reciproca convenienza. È con il 1545 che si ha finalmente la codifica degli statuti comunali sulla scorta delle antiche usanze e riadattando i precetti di San Benedetto, su cui si era probabilmente formata la civitas medievale. Talmente orgogliosa delle proprie tradizioni, che la vedevano sin dal X secolo aggregata alla diocesi di Fermo e al Presidiato Farfense, recalcitrò non poco nel piegarsi, obtorto collo, al potente Papa montaltese Sisto V che l’aggregò, in spiritualibus alla diocesi di Montalto, da lui appena creata, nel 1586.

Nei secoli successivi il territorio di Montemonaco perse via via la sua importanza strategica che l’aveva qualificato, sin dal Medioevo, un particolare snodo viario al centro degli intensi traffici lungo la viabilità nord/sud del versante adriatico della penisola.

La storia di Montemonaco tuttavia, al di là dei poteri costituiti che nel tempo ne hanno segnato le vicende civili è stata influenzata, fin dall’epoca pagana, dalla presenza dell’icona della Sibilla Appenninica e della sua mitica Grotta. Una presenza dai molteplici riflessi e con la quale la piccola comunità, amministrata dal potere centrale della Chiesa, nel corso della sua storia ha vissuto momenti di non sempre facile convivenza.

Fra storia e leggenda

Le Paradis de la Reine Sibylle – Edizione del 1930

Terra di antiche frequentazioni, accoglieva stabilmente sin dal tardo Medioevo genti provenienti da terre lontane. Attratte dalla liberalità e dall’insofferenza ai poteri costituiti dei montemonachesi alcune frange ereticali come i Fraticelli Michelisti, i Clareni, i Sacconi, i seguaci dei Cavalieri templari ed altri eretici scappati da stati o città meno tolleranti, si riversarono sin dal XIV secolo nelle più sicure terre montane del territorio di Montemonaco e dei comuni limitrofi. Altri decisero di attraversare il Mare Adriatico e si stabilirono in Dalmazia o in Grecia.

Fra gli accadimenti del XV secolo, che contribuiranno ulteriormente, nei secoli successivi, a far conoscere Montemonaco ben oltre il suo naturale ambito geografico, ve ne sono di significativi almeno due: da una parte la venuta in queste terre dello scudiero francese Antoine de La Sale al servizio della Duca Luigi III d’Angiò nel maggio 1420 dall’altra la pubblicazione nel 1473 del Romanzo di Andrea da Barberino, Guerrino detto meschino. Entrambi gli avvenimenti si muovono sullo sfondo della leggenda della Sibilla Appenninica e il complesso ipogeo della sua Grotta, ricompreso sin dall’antico nel territorio montemonachese.

Ma mentre nel romanzo di Andrea da Berberino, Montemonaco è citata marginalmente in una trama letteraria tutta incentrata sulla leggenda della Sibilla Appenninica e della sua mitica grotta, il diario autoptico di Antoine de La Sale (quel che dirà di vedere o di ascoltare dalla viva voce dei Montemonachesi, lo annoterà riportandolo nel racconto intitolato Le Paradis de la Reine Sibylle, la cui prima versione manoscritta è conservata alla biblioteca del museo Condé, castello di Chantilly, poi inserito nella sua summa pedagogica, La Salade, destinata all’istruzione di Jean d’Anjou, figlio del re Renato (René d’Anjou) è storicamente interessante come primo indiretto tentativo di cui si abbia notizia volto a laicizzare la leggenda della Sibilla all’inizio della Rinascenza.

La fama della Sibilla Appenninica doveva aver raggiunto la Borgogna se la Duchessa Agnese, sorella di Filippo Il Buono, pare avesse un arazzo nel suo castello con la rappresentazione della grotta della Sibilla. La Sale vide l’arazzo proprio nel castello di Angers, nel 1437, in occasione della festa di nozze della figlia di lei, Maria di Borbone, col figlio di Renato d’Angiò, e, constatando che la raffigurazione dei luoghi non corrispondeva al vero, decise di narrarle il viaggio, compiuto 17 anni prima, e tutto ciò che aveva visto e udito. Fra le motivazioni che avrebbero spinto La Sale ad intraprendere il viaggio Detlev Kraack individua quello dell’onore: tuttavia, non fu inviato dalla dama stessa sui monti della Sibilla. La Sale viaggiava già da tempo in Italia, al seguito dei duchi d’Angiò, Luigi II e Luigi III, prima, il re Renato poi. Gli Angiò speravano di recuperare il regno di Napoli, ma tale speranza fu infranta nel 1442, quando quella città venne strappata dagli Aragonesi.

La Sale partì quindi dalla Borgogna e arrivò in Umbria, fece tappa ad Assisi e Spoleto, dove lasciò incise le sue insegne nella Basilica di San Francesco e nel Duomo spoletino. Quindi attraverso il passo di Sasso Borghese il 28 maggio 1420 giunse a Montemonaco.Lì ascolta dalla voce dei Montemonachesi fra cui Antonio Fumato i racconti sulla Regina Sibilla, cerca di capire se esistono veramente Fate e Sibille, e inizia ad incamminarsi verso la Grotta. Seguirà tutto il racconto sul Regno della Sibilla e le sue Ancelle velato di paura e scettiscismi “ad arte” per salvarsi dall’Inquisizione. De La Sale tornerà a Montemonaco una seconda volta nel 1440.

Montemonaco scomunicata… e assolta

In una pergamena del 1452, ad appena dodici anni dall’ultima visita di Antoine de La Sale, viene trascritta la sentenza di assoluzione da scomunica dei Priori e di tutta la comunità montemonachese per aver ospitato Cavalieri provenienti dalla Spagna e dal Regno di Napoli, dediti da mesi all’arte dell’alchimia in una casa del paese (casa di Ser Catarino).

I principali capi d’accusa sono quelli di aver (i montemonachesi) aiutato e accompagnato i Cavalieri fino al lago della Sibilla (Lago di Pilato) per consacrarvi i libri diabolici e, una volta messi in carcere per ordine dell’inquisizione, di averli fatti scappare! La Santa Inquisizione dichiara nel documento di essere venuta “casualmente” a conoscenza degli antefatti, da cui era scattato l’arresto dei Cavalieri, e in un secondo momento della loro fuga. L’inquisitore della Marca anconitana De Guardarjis traduce allora i Priori e tutta la comunità in tribunale a Tolentino per giudicarli.

Ma stranamente, alla fine di un lungo dibattimento processuale tutti vengono assolti e liberati dalla scomunica, grazie all’atteggiamento liberale che dominava nella Marca anconitana, al contrario dell’Italia Settentrionale e del resto d’Europa dove una simile circostanza avrebbe provocato l’accensione di una notevole quantità di roghi.

Questo documento, scrive Paolo Aldo Rossi, fa emergere l’Italia Centrale al di fuori di quell’orror et amor diabolicus che a soli due anni dalla pubblicazione del noto trattato dell’Inquisitore generale di Carcassonne Jean Vineti, dichiara la Stregoneria una nuova forma di eresia, e darà il via nell’Italia del nord e in tutt’Europa alla caccia alle Streghe.Per Rossi le valenze psicoantropologiche sottese alla decisione del De Guardarjis nei confronti della comunità montemonachese, andrebbero ricercate, attraverso un’indagine interdisciplinare, nell’esame di millenni di sedimentazione collettiva, quando manifesta quando segreta di questo come di altri territori, che in senso generale nemmeno il trionfo del razionalismo scientifico ha ancora risolto.

Monumenti e luoghi d’interesse

All’interno della cinta muraria, nella parte alta del paese, limitrofa alla porta San Biagio e addossata alle antiche mura, fu edificata nel XVI secolo la chiesa parrocchiale di San Benedetto. Contigua alla più antica San Biagio intra mœnia del XV secolo, che fu eretta ampliando un piccolo oratorio del XIII secolo, la chiesa di San Benedetto conserva all’interno di una lunetta, un affresco con una crocifissione attribuita alla scuola del Crivelli, un braccio d’argento, contenente la reliquia di San Benedetto da Norcia, opera del maestro orafo Cristoforo da Norcia e un crocifisso ligneo di arte marchigiana del XV secolo.

Scendendo lungo viale Italia s’incontra sulla destra la chiesa di san Giovanni Battista del XV secolo ad un’unica navata. Di pregevole conserva una Vergine del soccorso opera del pittore Vitruccio Vergari databile al 1520. Nell’abside, semicircolare, si trova una nicchia, incorniciata da due bastoni fioriti con finale a testa di serpente di ambito neoplatonico e che doveva accogliere probabilmente una statua in epoca quattrocentesca.

Proseguendo ancora lungo la via, si innalza il cinquecentesco palazzo dei Priori (oggi sede del comune). Il palazzo è il frutto di un rimaneggiamento della fine del XVI secolo della più antica struttura degli inizi del XV secolo di cui si conserva traccia nei quattrocenteschi ricommessi lapidei delle finestre con iscrizioni tronche, prive di sequenza.

Dell’antico castello in cima al paese non v’è più traccia se non nel toponimo di via di Castello. Al termine della via, nella parte più alta di Montemonaco, sorge un grande belvedere, oggi Parco Montiguarnieri, delimitato a settentrione da un tratto delle antiche mura, e da cui l’ampia vista panoramica domina verso est il degradare delle colline fino al Mare Adriatico e ad ovest la catena dei Monti Sibillini che, da Monte Sibilla a Monte Vettore, raccoglie il declinare dell’altopiano dove sorse il Borgo fortificato.

Aree naturali

Lago di Pilato

È situato all’interno del territorio comunale, a meno di un chilometro dal confine umbro, è l’unico lago naturale delle Marche e uno dei pochissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sull’appennino. Particolare e suggestiva la sua ubicazione tra pareti impervie e verticali immediatamente sotto la cima del Monte Vettore.

Le dimensioni e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni: è infatti alimentato, oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la superficie dello specchio d’acqua fino all’inizio dell’estate.

Il lago di Pilato

Il lago ospita un particolare endemismo, il Chirocefalo del Marchesoni: è un piccolo crostaceo di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto.

Nella tradizione popolare prende il suo nome dalla leggenda secondo la quale nelle sue acque sarebbe finito il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte da Tiberio. Il corpo, chiuso in un sacco, venne affidato ad un carro di bufali lasciati liberi di peregrinare senza meta e sarebbe precipitato nel lago dall’affilata cresta della Cima del Redentore.

Nel XIV secolo ricadeva sotto il dominio di Norcia ed era considerato luogo di streghe e negromanti. Nelle prime opere letterarie si racconta che le autorità religiose furono costrette a proibirne l’accesso dal versante nursino e a far porre una forca come monito, all’inizio del sentiero che conduceva al lago. Sempre nella letteratura si narra che per questo motivo intorno al suo bacino furono alzati muri a secco al fine di evitare il raggiungimento delle sue acque.

Altro nome usato nell’antichità era quello di Lago della Sibilla (Lacum Sibillæ), come si evince da una sentenza di assoluzione emessa a favore della comunità montemonachese dal Giudice della Marca Anconitana De Guardaris nel 1452.

Secondo altre leggende questo sarebbe un Lago d’Averno da cui si entra nel mondo degli Inferi.

Le frazioni

Altino

La piccola frazione di Altino è situata a 1045 m s.l.m., al limitare dei secolari boschi di castagno e della fascia delle faggete, sovrastata dal verde manto dell’omonimo monte

altino
Direzione Altino – Il Monte Vettore

(Monte Altino o Cima delle Prata). Addossato al degradare delle creste del massiccio del Vettore, sul versante sud del fiume Aso, è l’abitato di antico insediamento più elevato di tutto il versante adriatico dei Sibillini. Dal belvedere di Altino si gode un panorama a 360 gradi: dagli Appennini al mare, al monte Conero e alle montagne dell’Abruzzo. Il borgo sorge lungo il Grande Anello dei Sibillini ed è costituito da un grazioso agglomerato di case dall’impianto cinque-seicentesco con al centro una piccola chiesa circondata dal verde degli abeti. Nel secondo dopoguerra è andato inesorabilmente spopolandosi in seguito alla crisi dell’economia agricola montana, ma oggi sta tornando a nuova vita, grazie ad una spiccata vocazione turistica. Le strutture ricettive sono costituite da un bar ristorante, da vari appartamenti e monolocali, da una casa in autogestione per gruppi numerosi e comunità, e, nei pressi dell’abitato, da spazi adibiti a campeggi scout.

Collina

In epoca medievale il piccolo agglomerato di case di Collina, era probabilmente situato ad una quota leggermente più alta verso ovest lungo il tratturo che da Montemonaco sin dall’antico conduceva a Monte Zampa e la Sibilla e forse a causa dei terremoti fu ricostruito nel Cinquecento dov’è ora.

Il sentiero per la Sibilla lì s’incrociava con l’antica via Francesca proveniente da Garulla, Sarnano, San Ginesio (Saint Denis dei francesi) e il nord Italia, prima di arrivare a Montemonaco.La frazione è andata via via depauperandosi della qualità architettonica degli edifici e conserva la chiesa di San Donato, oggetto a Montemonaco di particolare venerazione con la celebrazione della ricorrenza del Santo a cui partecipa la comunità.

Ferrà

Piccola frazione situata vicino alla strada che da Montemonaco conduce attraverso le creste collinari a Comunanza.

Foce

Chiamata agli inizi del Novecento la piccola svizzera picena, per il laghetto naturale che

Foce
Foce

la bagnava e i ridenti e scoscesi boschetti che la raccoglievano, Foce si trova a 945 m s.l.m. di quota, all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini, dove la valle del fiume Aso è stretta tra le vette più alte del gruppo montuoso. Nonostante la sua posizione apparentemente isolata e il rigido clima invernale è stata tappa fondamentale, sin dall’epoca tardo imperiale (VI-VII secolo), per coloro che attraverso il passo di Sasso Borghese nei mesi estivi provenivano dall’altopiano di Castelluccio per scendere nella valle dell’Aso e le comunità picene.

Delle due antiche chiese di Foce resta l’attuale San Bartolomeo e si è perduta, probabilmente a causa dei terremoti, quella di Santa Maria di Foce del XV secolo descritta nel disegno di Antoine de La Sale come “SantMa de Fogia”, che doveva trovarsi in posizione rialzata rispetto al livello attuale del borgo e spostata verso il Monte Sibilla.

È meta di turisti e viaggiatori che vogliono trascorrere giornate all’aria aperta o campeggiare sui prati del Piano della Gardosa, punto di partenza per risalire attraverso il ripido sentiero delle “Svolte” fino al Lago di Pilato a 1949 m s.l.m. ed eventualmente procedere fino alle vette del Massiccio del Vettore.

L’originale laghetto di Foce alimentato dalla Fonte della Cerasa si è notevolmente ridotto a causa della captazione delle acque della sorgente dell’Aso e in estate il più delle volte si prosciuga.

Foce dista 10 km da Montemonaco.

Isola San Biagio

Percorrendo la SP 148 verso Colleregnone, dista 4 km da Montemonaco.

Rivo Rosso

Percorrendo 8km in direzione Vallegrascia s’incontra la frazione.

Pignotti

Dista 4 km da Foce e 4 km da Montemonaco

Rocca

Gemella di Vallegrascia nel testimoniare la ricchezza raggiunta dalla gente del luogo nel XVI secolo con i suoi edifici cinquecenteschi, dai paramenti ben profilati in pietra a vista e ricchi di decori, il territorio di Rocca racconta una lunga storia vissuta tra epoca tardo imperiale e XVII secolo fino ad oggi.

Infatti oltre il fiume, sui piccoli altopiani, ad una quota di cento metri superiore all’attuale insediamento, restano le fondamenta di quello che fu probabilmente un pagus romano prima e fino alla metà del XIII secolo un castello nursino, poi passato sotto il controllo montemonachese e via via abbandonato per riutilizzarne nel XV secolo il materiale lapideo nella ricostruzione del Borgo lungo il fiume.

Estremamente ricca di acque, anche minerali, aveva nel suo seno un vasto complesso di edifici cinquecenteschi, fra cui probabilmente un ospitale per i viandanti che vi si ristoravano e di cui rimangono significativi resti architettonici nei suoi edifici.

Edifici costruiti con materiale in pietra serena e pietra tufacea tipica del luogo arricchita da un interessante motivo decorativo. Infatti più che ricalcare gli stilemi decorativi del XV-XVI secolo risulta coerente con un florilegio simbolico riprodotto, quasi per gemmazione spontanea, in alcuni borghi del territorio Montemonachese.

Ben inserita nella viabilità medievale lungo l’Aso, (partendo da Foce e seguendo la via tardo imperiale è il primo nucleo abitativo che s’incontra) qui incrociava anche il tratturo proveniente da Altino per Montemonaco. Inoltre da Rocca partiva uno dei sentieri principali che collegava il fondovalle alla Grotta della Sibilla, per coloro che non volevano risalire fino al capoluogo e giungere direttamente così alle “Grotte Nere” e su fino alla vetta di Monte Sibilla.

Ad un Km sulla strada per Foce di Montemonaco s’incontrano le fonti delle “Pisciarelle” che con il notevole gettito d’acqua, da molti ritenuta “minerale”, accolgono file di persone provenienti dal Piceno, intente a rifornirsi di acqua. Gli anni ’80 hanno visto la ricostruzione e il restauro di molti edifici della frazione ed il rivitalizzarsi della sua economia con l’apertura di ristoranti ed alberghi. Rocca dista 6 km da Montemonaco.

Ropaga

Piccola frazione, si trova a metà strada tra Montemonaco e San Giorgio all’Isola, a 3 km di distanza da Montemonaco.

San Giorgio all’Isola

È un piccolo agglomerato di case poco distante dall’antica chiesa di San Giorgio edificata nel X secolo sulle rive del fiume Aso. Come altre chiese del territorio è stata fino al XVI secolo sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Farfa attraverso la vicaria del monastero di Santa Vittoria in Matenano. All’interno conserva interessanti affreschi del XVI secolo raffiguranti Sant’Antonio, San Sebastiano, San Bartolomeo una Crocifissione e una Madonna con bambino. Nell’abside ritroviamo resti di affreschi di scuola bizantina del XII secolo.

Dalla frazione di San Giorgio all’Isola inizia il lago artificiale di Gerosa meta sui prati e i fitti boschetti delle sue sponde di turisti ed escursionisti durante l’estate.

Tofe

Vicino alla piccola frazione di Tofe lungo l’antica via tardo Imperiale e prospiciente la riva del fiume s’innalza la chiesa di Santa Maria in Casalicchio del XIV secolo. Dell’impianto di questa antica chiesa romanica rimane la sacrestia, che probabilmente risale al XIII secolo, ma che per alcuni studiosi locali venne edificata sulle rovine o in prossimità di un antico tempio pagano.

Certo è che sin dal Quattrocento aveva assunto un’importanza notevole se le comunità picene in lite tra loro la sceglievano per giurarvi i patti o la pace raggiunta. Interessanti gli affreschi, attribuiti a Vitruccio Vergari, raffiguranti una Madonna con bambino del XVI secolo (Madonna delle rose) e una Crocifissione. All’esterno, come unico decoro, la presenza di due stelle scolpite, una a cinque punte ed una a sei, ai lati della monofora prospiciente l’antica via.

Per un voto fatto dalla Comunità montemonachese all’indomani della grande peste del Seicento, si svolge da allora, il 20 gennaio di ogni anno, la festa di San Sebastiano, con una processione (anche con bufera e neve) che da Montemonaco scende fino alla chiesa.

È tradizione che dopo la funzione, il Comune offra a tutti i partecipanti provenienti dal Piceno, pane, vino cotto e salsicce. Negli ultimi decenni si sono aggiunti in processione i Vigili Urbani che hanno come protettore San Sebastiano.

Vallegrascia

Il Toponimo deriva dalla Grascia, il frumento (farro in prevalenza), trasportato nel Medioevo in copiosa messe lungo la valle.

Fonte Wikipedia

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I comuni dei Sibillini: Montefortino (FM)

Montefortino

Montefortino è un comune italiano di 1138 abitanti della provincia di Fermo.

Situato alle pendici dei Monti Sibillini, è il secondo comune della provincia per estensione territoriale, preceduto solo dal capoluogo.

Geografia fisica

Il paese è sito in posizione digradante dal versante sud-occidentale di un colle sulla destra del fiume Tenna. È abbracciato dall’anfiteatro dei Monti Sibillini cui se ne scorgono in ampi panorami i più alti picchi: dal Monte Vettore a sud, al Monte Sibilla, al Monte Priora (tutti superanti i 2000 metri d’altitudine), fino al Monte Amandola e in lontananza verso nord il Pizzo di Meta.

Il territorio comunale è solcato da ovest a nord-est dall’alta valle del fiume Tenna, la cui sorgente è incassata tra le pendici del Monte Priora a nord, del Monte Sibilla a sud, e della cima Cannafusto a ovest. Presso le sorgenti si apre un ampio pascolo che prende il nome di Capotenna o Prati di S.Antonio, in quanto anticamente vi era sito un eremo dedicato al Santo, dal quale passò anche il Guerrin Meschino durante la sua ascesa alla grotta della Sibilla. Da Capotenna, una vallata glaciale sale verso ovest fino a Passo Cattivo (nel comune di Castelsantangelo sul Nera), un ripido valico che separa le vallate del Tenna e del Nera.

Nella prima parte del suo tragitto, il fiume Tenna scava le rocce dei monti Priora e Sibilla, dando vita alle impervie e suggestive pareti rocciose delle Gole dell’Infernaccio. È qui che su di un pianoro abbarbicato sopra alle pareti rocciose delle gole sorge l’eremo di San Leonardo al Volubrio, meta escursionistica molto gettonata per la suggestività del luogo e per la sua facile accessibilità.

Più a valle, presso la località denominata Tre Ponti (nome dovuto alla presenza dei tre corsi d’acqua), il Tenna incontra il torrente Ambro (proveniente da nord) e il torrente Cossudro (proveniente da sud, originato nei pressi di Isola S.Biagio di Montemonaco). Qui veniva prelevata l’acqua minerale commercializzata come “Tinnea“. Ricevuti i due affluenti, il Tenna prosegue il suo percorso deviando gradualmente a settentrione, verso il comune di Amandola.

Il M. Priora fa da spartiacque tra la vallata del Tenna e quella del torrente Ambro poco più a nord. Similarmente al Tenna, anche l’Ambro scava le proprie gole tra M. Priora e M. Amandola, parallele a quelle dell’Infernaccio, e denominate per analogia Infernaccetto. Lungo il corso del torrente sorge il Santuario della Madonna dell’Ambro, luogo di culto dell’XI secolo, sovrastato a sud da M. Pizzo (propaggine orientale del M.Priora), e a nord dall’alta scogliera di Balzo Rosso, un impervio dirupo sul versante meridionale del M. Amandola.

A est, più lontano dalle montagne, il territorio fortinese è attraversato da sud verso nord dal torrente Vetremastro, affluente destro del Tenna nel comune di Amandola, originato presso la frazione Ferrà di Montemonaco. Il torrente separa il paese di Montefortino dalla zona del Consilvano, dove è sita la frazione di S.Lucia, verso la vicina Comunanza. Tutto il resto del comune è un susseguirsi di colline solcate da molteplici ruscelli e torrenti tra i quali vanno menzionati il Fosso Rio, nella zona tra il Monte Oto e la frazione Pretattoni, e il Fosso del Corvo (Rio Curvo secondo le fonti storiche) nel Consilvano.

Tra i colli principali: Colmartese (sulla sponda sinistra dell’Ambro), Monte Oto (che sovrasta il capoluogo a est) e il vicino Montespino (sul quale sorge la pievania di S. Michele Arcangelo, la più antica chiesa del territorio), il complesso del Consilvano (tra le frazioni di Baldoni, S.Lucia, Teglia, Montatteglia, Collina, Serra, Lontignano).

La punta meridionale del territorio (frazione di Arato) tocca una parte del Lago di Gerosa, bacino artificiale alimentato dal fiume Aso. Parte delle acque che alimentano la centrare idroelettrica di Gerosa provenivano da un laghetto artificiale situato a cavallo tra le vallate dell’Aso e del torrente Vetremastro (approssimativamente tra le frazioni di Arato e Poggio di Pietra di Montemonaco). Il laghetto, attualmente fuori funzione, viene chiamato comunemente “il bacile“.

Storia

Ruderi del casale delle Murelle, sul Monte Priora (M.Pizzo). La presenza di innumerevoli casali presenti sui pascoli e nelle valli dei Monti Sibillini testimonia il forte legame dei luoghi e della popolazione alla tradizione pastorizia.

I riferimenti storici fanno risalire i primi insediamenti al periodo dell’Impero di Augusto (29 a.C. – 19 d.C.), quando il territorio di Montefortino viene centuriato ed assegnato ai soldati romani come residenza di fine carriera. Alcuni toponimi della zona testimoniano la presenza del culto pagano di Marte, dio della guerra, quali: Colmartese, S.Maria de Marte, Campo d’Arte (derivato da “Campo Marte“).

Santuario all'Ambro
Santuario Madonna dell’Ambro

L’origine romana si desume da da un’antica incisione lapidare, ora andata perduta, che recitava: “C.LUCIO ROSCIO Q:F:PATRONO ET RESTAURAT FORTINI”. L’umanista Palmieri (1650) asserisce che la Casa Roscia, insigne famiglia fortinese, fosse una delle tante famiglie consolari, inviate nel Piceno ai tempi di Pompeo, facendo così risalire a quell’epoca la fondazione.

 

Tra il VI e l’VIII secolo fa parte dei territori longobardi ed a questo periodo risale la costruzione della pieve di Sant’Angelo in Montespino, baluardo dei monaci farfensi nel X e XI secolo. All’inizio dell’XI secolo, invece, risale la costruzione della chiesa di Santa Maria in Amaro, trasformata nel seicento nel santuario della Madonna dell’Ambro a seguito del miracolo dell’apparizione della Madonna ad un pastorella muta dalla nascita, che riacquistò la parola.

La costruzione del borgo fortificato sulla dorsale di un colle sulla riva destra del Tenna risale, invece, al XII secolo

Del 1066 è documentata una battaglia per il controllo dei pascoli montani contro il comune di Visso, combattutasi a Capotenna. In onore della vittoria i fortinesi scolpirono una statua di fico dedicata a Sant’Antonio, la quale fu posta presso l’allora esistente eremo intitolato al Santo, situato proprio a Capotenna, presumibilmente dove si trova attualmente il Casale Rosi.

Diventa libero comune nel 1084con un proprio statuto, modificato nel 1126. Il periodo comunale vede Montefortino schierato con il castello di Monte Passillo (l’attuale Comunanza), in contrapposizione alle vicine , Amandola, Montemonaco e Visso, lotte al termine delle quali nel 1265 venne costruita la Chiesa della Madonna della Pace.

Dopo essere stato possedimento di Fermo, Montefortino passò sotto Camerino nella prima metà del Quattrocento e poi nella Signoria degli Sforza. Nel 1586 venne incorporata nel Presidiato di Montalto dello Stato Pontificio e nel 1860 votò per il passaggio dalla Diocesi di Fermo dello Stato Pontificio al Regno d’Italia.

Monumenti e luoghi d’interesse

Edifici e luoghi di interesse nel Capoluogo

Il paese è tutto costituito di antiche case in pietra e cotto che gli donano un carattere medievale assai suggestivo. Del borgo fortificato sono rimaste la porta di Santa Lucia, la porta San Biagio (o Portarella) e la porta di Valle (o di Vetice). Queste porte immettono in una serie di vicoli che portano in piazza Re Umberto I, caratterizzata da un’ampia vista panoramica sui Monti Sibillini.

 

  • Chiesa di San Francesco (o Santa Maria del Girone), sorge dal 1549 nella parte più alta dell’abitato e conserva al suo interno una “Madonna del Rosario” di Simone De Magistris. Il convento e il chiostro sono andati perduti nel corso del XX secolo a causa dell’incuria. Al posto dell’attuale chiesa sorgeva un tempo una struttura fortificata, presso la quale usavano stabilire la propria dimora i tiranni che di volta in volta nel corso della storia hanno assoggettato Montefortino. Per tale motivo, la rocca (insieme a gran parte delle mura di cinta) venne abbattuta dagli abitanti stessi nel 1442.
  • Chiesa di Sant’Agostino, del XIII-XIV secolo. Un tempo annessa ad un antico convento dei frati agostiniani (di cui oggi rimangono solo i resti del porticato con archi a tutto sesto), si trova al lato nord-occidentale della cittadina, lungo la strada che da largo della Pieve sale verso il Girone in prossimità della chiesa di San Francesco (via dell’Ospedale, via dei Frati).
  • Chiesa di San Michele Arcangelo (o Santa Maria Nuova), è l’attuale pieve e unica chiesa utilizzata nel centro storico del paese. La chiesa venne edificata nel 1444 in seguito allo smantellamento della rocca. In quegli anni vi fu poi trasferita la pievania, precedentemente stanziata nella chiesa di Sant’Angelo in Montespino.
  • Chiesa della Madonna delle Grazie o Madonna del Fonte, del XVI-XVII secolo. Chiesetta barocca situata fuori dalle mura di cinta, presso gli attuali giardini pubblici.
  • Chiesa di S. Andrea. Addossata alle mura di cinta vicino alla Porta di Valle è attualmente sconsacrata e adibita a magazzino.
  • Palazzo Leopardi. Il maestoso palazzo cinquecentesco è sede dal 1996 della Pinacoteca Civica Fortunato Duranti , che deve il nome al pittore locale (17971863) e collezionista di opere d’arte che provvide a donare al Comune. Fra i tesori conservatisi appaiono numerose tele di Corrado Giaquinto e diverse pitture di Cristoforo Unterperger, tre preziose tavole di Pietro Alemanno e una croce veneta del XV secolo.
  • Tempietto dell’Orologio, singolare costruzione del XVI secolo. La facciata è stata disegnata da Fortunato Duranti, il quale abitò l’edificio durante gli ultimi anni della sua vita, e fu in seguito realizzata postuma.
  • Vicolo del centro storico – Palazzo del Girone
  • Oltre alle chiese attualmente esistenti ve ne erano nel centro storico altre due, ora trasformate completamente in abitazioni:
  • la chiesa di Santa Lucia, presso l’omonima porta.
  • la chiesa di San Biagio, di fronte al Palazzo Leopardi; nella quale, in seguito a recenti lavori di ristrutturazione, è stato rinvenuto un affresco sotto l’intonaco del muro. La chiesa era addossata alle mura di cinta, vicino alla Portarella, e osservandone il muro esterno è possibile scorgere alcuni merli inglobati nella
    capotenna
    Sorgenti del Tenna – Capotenna

    muratura.

Edifici e luoghi di interesse nel territorio

Chiese isolate

  • Santuario della Madonna dell’Ambro. Luogo di culto mariano di fondamentale importanza nelle Marche (secondo solo al Santuario di Loreto) sorge lungo la valle del torrente Ambro, dove intorno all’XI secolo venne edificata la prima chiesa dedicata alla Madonna, come vuole la tradizione, in seguito ad una apparizione della Vergine ad una pastorella del luogo, che cieca riacquistò la vista.
  • Chiesa di Sant’Angelo in Montespino. La struttura originale della chiesa viene fatta risalire al VI secolo, durante il periodo longobardo, ed è stata edificata su un preesistente tempio pagano, come testimoniato dalle colonne della cripta. La struttura è stata ampliata in seguito nel XI secolo per poi raggiungere nel 1604 la forma attuale. La chiesa, facilmente raggiungibile dalla frazione di Cerretana, torreggia sul colle del Montespino (spartiacque tra i torrenti Cossudro a ovest e Vetremastro a est) ed è un importante punto di riferimento in quanto visibile praticamente da tutto il territorio comunale. Dedicata a San Michele Arcangelo ospitava originariamente la pievania di Montefortino, e rimase il centro religioso dell’area fino al 1444, quando il pievano trasferì la sua residenza presso il centro comunale.
  • Eremo di San Leonardo del Volubrio. Abbarbicata sulle pareti rocciose delle Gole dell’Infernaccio, sorge la chiesa di San Leonardo, un tempo parte di una realtà sociale molto più articolata di cui oggi resta solo una chiesa isolata, ristrutturata a partire dagli anni 70 da Padre Pietro. Nel bosco sottostante la chiesa, leggermente scostate dal sentiero, sono ancora visibili i resti delle fonti annesse all’eremo.
  • Chiesa della Madonna della Menderella (o Mennerella), chiesetta romanica rurale situata lungo la strada che collega Collina e S.Lucia

Chiese delle frazioni

  • Chiesa della Madonna della Pace in località Tre Ponti
  • Chiesa di San Niccolò da Bari di Vetice (XIX secolo
  • Chiesa di San Pietro in Rovitolo (XII secolo)
  • Chiesa di San Giovanni di Piedivalle (XIX secolo)
  • Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Valle (XIII secolo). Custodisce al suo interno un altare ligneo policromo del XVII secolo. La chiesa venne ricostruita intorno al 1439 e nel 1773 venne aggiunta la torre campanaria.
  • Chiesa della Divina Pastora di Cerretana (XVIII secolo)
  • Chiesa di Maria Santissima della Natività di Sossasso. Edificata nel 1893 e di proprietà della famiglia Serafini, come da iscrizione posta sulla pensilina d’ingresso.
  • Chiesa di Santa Croce di Rubbiano. La chiesa risale solo al XVIII secolo, in quanto originariamente la frazione era dotata di un’altra chiesa ubicata alle pendici della montagna ma che venne poi abbandonata, forse a causa della lontananza dal paese e difficilmente raggiungibile durante il periodo invernale.
  • Chiesa di Santa Maria in Bussonico
  • Chiesa della Madonna della Cerqua (località Cese)
  • Chiesa di Santa Lucia in Consilvano

Case Torri

In località Tre Ponti sorgono alcuni edifici risalenti al XVI secolo, tutti simili tra loro, noti come Case Torri. L’alta struttura ad ampia base quadrata e le feritoie lasciano intendere che si trattasse di strutture difensive fortificate: queste sorgono infatti presso un crocevia dal quale si dipanano le antiche strade che da Montefortino conducevano a Vetice, Valle, Amandola, Montemonaco. In seguito al terremoto del novembre 2016, la torre situata presso il bivio di Colmartese e Rovitolo, già in stato di abbandono, ha subito un grave danno a seguito del crollo di uno degli angoli.

Tra le case torri va annoverato l’antico mulino fortificato sul fiume Tenna, oggi adattato ad agriturismo, il quale mantiene una macina ancora funzionante e sfrutta l’acqua del fiume per alimentare anche una turbina idroelettrica. Dietro al mulino fortificato sono visibili tracce di un antico ponte in pietra sul Tenna, attualmente rimpiazzato da una passerella.

Siti montani di interesse storico-culturale

Gran parte del territorio comunale di Montefortino si estende sulle montagne, un tempo centro dell’economia di una società basata su agricoltura, selvicoltura e pastorizia: ne danno testimonianza gli innumerevoli resti, più o meno conservati, di casali di montagna, ricoveri per il bestiame ed edifici vari sparsi per l’area montana. Spesso questi siti sono edificati o allestiti in luoghi impervi e fuori mano, decisamente anticonvenzionali per la società odierna.

  • Le Case“: il toponimo indica un gruppo di piccole abitazioni in pietra costruite lungo la strada di montagna che da Vetice risale la valle dell’Ambro verso le sorgenti. Le casette erano utilizzate dai pastori del luogo, i quali vi si trasferivano periodicamente per avvicinarsi con il bestiame ai pascoli di montagna. Alcuni abitanti di Vetice ricordano di aver abitato le casette durante gli anni 50 o 60 del secolo scorso.
  • Casali di alta montagna. Tutto il territorio montano è disseminato di casali, un tempo rifugio per i pastori e il bestiame. Oggi quasi completamente abbandonati, molti sono ridotti in rovina, altri di recente ristrutturazione sono invece ancora praticabili. Tra i casali principali ancora esistenti si possono annoverare: i Casali della Priora, i casali delle Murelle, dei Grottoni, dei Pantanelli (quasi completamente distrutti), il casale della Rota; presso Capotenna: casale Rosi, casale Ceresa, casali di Lanza (abbarbicati sul versante della Sibilla); i casali dell’alta valle dell’Ambro, alle pendici di Castel Manardo, tutti di recentemente ristrutturazione: casale Ricci, Ara del Re, casale Rinaldi, casale dell’Acqua del Faggio; il casale del Pia’ da So’, sopra Vetice , anche questo in buono stato.
  • Resti di antichi ricoveri per il bestiame ricavati all’interno di cenge e anfratti naturali si trovano dietro Balzo Rosso (Ca’ da Sgorga), sulle pareti rocciose sopra la Valleria (Cengia del Cinghiale), tra le rocce della valle del Tenna in prossimità di Vetice (Le Rótte), lungo il sentiero dell’Infernaccio in prossimità del punto più stretto delle gole.

Altri edifici e luoghi di interesse storico-culturale

  • La Roccaccia: antica torre situata sotto la frazione di Vetice, oggi ristruttura e mantenuta da un proprietario privato
  • Palazzo Duranti (Il Palazzetto) in località Vetice, fu dimora della nobile famiglia Duranti, oggi abitazione privata. Sul tetto è ancora possibile scorgere il campanile a vela della cappellina privata originariamente inglobata nel’edificio.
  • Ponte antico sul Tenna: situato in località Tre Ponti dietro al vecchio stabilimento della Tinnea, è oggi abbandonato e ricoperto di vegetazione.
  • Ruderi della chiesa di S. Giovanni ai Ponti. Questa era l’antica chiesa cimiteriale di Montefortino (si crede sia stato qui seppellito anche l’artista Fortunato Duranti), posta sulla sponda sinistra del torrente Cossudro, vicino alla confluenza nel Tenna. Seguendo la strada che da Montefortino conduce a Sossasso è possibile scorgere sulla destra, dopo il ponte sul Cossudro, delimitata all’interno di una proprietà privata, i resti della facciata della chiesa, che è tutto quel che resta del vecchio complesso cimiteriale. Scendendo lungo il torrente è possibile ancora vedere qualche resto di muratura che era probabilmente il vecchio ponte di pietra.
  • Ruderi del mulino sul Vetremastro (identificato dagli abitanti come “Mulino di Ciola“), situato lungo il torrente a monte della frazione Regattola. Altri resti di vecchi mulini si trovano anche sul torrente Cossudro (presso la frazione Incino).
  • Resti della chiesa di Santa Maria de Marte. Antica chiesa oggi completamente scomparsa che era posta ai piedi del Colmartese, probabilmente sorta su un antico tempio pagano dedicato a Marte. Il Colmartese (cioè “Colle di Marte“) è storicamente legato ai culti del dio pagano, probabilmente giunti nella zona in seguito alla centuriazione. Anche il toponimo della frazione di Campo d’Arte, derivato da “Campo Marte“, contribuisce ad avallare questa tesi.
  • Ruderi della chiesa di S. Chiodo. Incastrata tra le alte pareti rocciose della Valleria e del Monte Pizzo, poco più a valle delle Gole dell’Infernaccio, lungo la sponda sinistra del fiume Tenna, sorgeva in tempi immemorabili la leggendaria chiesa di San Claudio (comunemente detta San Chiodo). Secondo i racconti degli abitanti che ne conservano memoria, in quella zona dovevano esserci dei prati destinati al pascolo del bestiame, tanto che fino agli inizi degli anni 80 la struttura che un tempo fu la chiesa era adibita a rifugio per il bestiame, prima di essere completamente abbandonata e smantellata per il recupero di materiali. Oggi la zona è immersa in un folto bosco ed è quasi inaccessibile, tanto che si potrebbe far fatica a credere che un tempo fosse un luogo quotidianamente frequentato; dell’edificio resta invece solo un rudere ricoperto dalla vegetazione. Dell’utilizzo della struttura come chiesa non si hanno fonti né memorie dirette, ma la tradizione orale vuole che quella struttura fu la chiesa di S.Chiodo, e in effetti alcuni particolari di costruzione ancora visibili lasciano intendere che non si trattasse di
    Balzo Rosso
    Balzo Rosso

    un semplice casale di montagna.

Luoghi di interesse naturalistico

  • Tutto il territorio comunale è immerso nella natura: tra torrenti, boschi, colline, poggi rocciosi. Lungo la valle dell’Aso si trova il lago artificiale di Gerosa (a cavallo tra i territori di Montefortino, Comunanza e Montemonaco).
  • Ma le principali attrattive naturalistiche sono concentrate nell’area montana occidentale:
  • Gole dell’Infernaccio e sorgenti del Tenna (Capotenna), e gli altri luoghi da qui raggiungibili quali le molteplici cascate del torrente Rio, il Monte Priora, il Tempio della Sibilla (conformazione rocciosa a forma d’arco)
  • Balzo Rosso (M.AmandolaCastel Manardo)
  • Sorgenti dell’Ambro, costituite da una piccola grotta da cui sgorgano le acque sorgive, Sorgenti dell’Acqua Arva, sopra al Santuario della Madonna dell’Ambro; e il vicino Prato Porfidia: un pianoro che è un terrazzo panoramico sulla valle dell’Ambro. Gli anziani di Vetice raccontano che quando si trascorre la notte dormendo su detto prato ci si risveglia con la schiena piena di puntini rossi.

Fonte: Wikipedia

ascoli piceno, Comuni Sibillini, Marche, Monti Sibillini, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Terremoto 2016

I Comuni dei Sibillini: Arquata del Tronto (AP)

Arquata del Tronto prima del sisma del 2016

ATTENZIONE: Il 24 agosto 2016 Arquata del Tronto ed i comuni dell’area al confine fra Lazio, Umbria e Marche sono stati colpiti da un violento terremoto che ha arrecato gravissimi danni ai centri abitati, con morti e feriti in seguito ai crolli. La descrizione qui riportata purtroppo non corrisponde quindi alla realtà attuale dei centri nominati, alcuni dei quali sono stati praticamente rasi al suolo dal sisma.

Da sapere

Il paese è noto soprattutto per la presenza della rocca medioevale che veglia e sovrasta il suo centro abitato. Deriva il suo toponimo Arquata dalla parola latina arx, arcis che significa insediamento fortificato, altura fortificata o rocca, cui si aggiunge del Tronto, per l’omonimo fiume che scorre nel suo territorio. Il paese ha assunto ufficialmente questa denominazione nel 1862, anno successivo alla nascita del Regno d’Italia.

Il comune conta 12 frazioni, quasi tutte costruite arroccate sulle cime dei rilievi per sfruttare la naturale difendibilità che offrono le alture. In ognuna di esse si trovano custodite interessanti e pregevoli testimonianze storico-artistiche che consentono un ideale viaggio nel tempo e attraversano i secoli partendo dall’epoca romana con il cippo miliare di Trisungo del 16 a.C. e giungono fino al XX secolo con la ricostruzione, in stile lombardo, della chiesa di San Salvatore a Borgo. Le opere sono legate alla committenza di privati o al passaggio di artisti come Cola dell’Amatrice, Panfilo da Spoleto, Bernardino Campilio da Spoleto, Pietro Grill da Göttweih detto l’Alemanno, Sebastiano Aquilano, Dionisio Cappelli o al lavoro di ignoti lapicidi che hanno scalpellato, sugli architravi delle porte e delle finestre, bassorilievi con stemmi, angeli in volo, date e simboli per indicare le specifiche attività delle botteghe. Maestri di pittura delle scuole umbro-spoletina e umbro-marchigiana, sconosciuti affrescatori, con i loro dipinti, hanno arricchito e ingentilito con vivaci cromie gli interni delle chiese. Hanno rappresentato immagini sacre, volti dolcissimi incorniciati da ricchi panneggi, ali di angeli e illustrato miracoli avvenuti tra queste montagne come a Capodacqua e Pescara del Tronto. San Bernardino da Siena, qui arrivato nel XV secolo, diffuse la sigla medioevale IHS, grafema del nome di Gesù, ancora presente sui soprassogli ornati di chiese e private dimore. Vi sono oggetti sacri e liturgici, come la copia della Sacra Sindone e le croci astili di Vezzano e Pescara del Tronto finemente sbalzate. Frammenti e memorie di battaglie riportati in terra patria. Nella chiesa parrocchiale di Spelonga è conservato lo stendardo turco strappato agli infedeli durante lo scontro di Lepanto e a Pescara del Tronto c’è la piccola reliquia che vi arrivò dalle Crociate per mano di un ignoto abitante e che ha dato vita, nome e dedicazione alla chiesa del paese.

Arquata è stata ricordata nelle cronache del viaggio di Carlo Magno, primo imperatore del Sacro Romano Impero, quando questi vi passò per recarsi a Roma per l’incoronazione. Ancora nel 1215, quando san Francesco d’Assisi visitò il borgo durante la sua missione di apostolato e nel 1849, nei racconti dello storico fermano Candido Augusto Vecchi, amico personale dell’eroe dei due mondi, che seguì Giuseppe Garibaldi nel suo viaggio alla volta di Roma. Il generale si fermò e pernottò nel paese presso casa Ambrosi, proveniente da Ascoli, prima di riprendere il suo cammino.

Il regista Pietro Germi, sul finire degli anni sessanta, scelse queste montagne e questi paesi come scenografia per ambientare e girare il film Serafino con Celentano e Ottavia Piccolo.

Cenni geografici

Il territorio dell’arquatano si estende nella zona dell’Alta Valle del Tronto, all’interno dei due parchi nazionali del Gran Sasso e Monti della Laga, a sud, e dei Monti Sibillini a nord. Confina con i comuni di: Accumoli (RI), Acquasanta Terme, Montegallo, Montemonaco, Norcia (PG), Valle Castellana (TE) e le regioni di: Lazio (provincia di Rieti), Umbria (provincia di Perugia) e Abruzzo (provincia di Teramo). L’intera zona è attraversata dalla Strada statale 4 Salaria che dalle sue diramazioni consente un agevole collegamento con i paesi dell’entroterra marchigiano e delle città di: Norcia, L’ Aquila e Roma.

L’intera area ha caratteristiche prevalentemente montuose. Tra aspri pendii si avvicendano fitti boschi di conifere a spazi pascolivi e pareti rocciose. Dalla cima del monte Vettore (2.478 s.l.m.) si scorgono il mare Adriatico, il monte Terminillo ed i massicci: dei Sibillini e del Gran Sasso d’Italia.

Il centro urbano si eleva addossato a cavallo dell’altura a sinistra del corso del fiume Tronto. Il paese dista circa 30 km da Ascoli Piceno e 30 km da Norcia.

 

Arquata del Tronto dopo il sisma del 2016

Frazioni di Arquata del Tronto

  • Borgo di Arquata— È la frazione più vicina al capoluogo. Da sempre legata alle sorti e alla storia arquatana è stata un insediamento dedito al commercio. Tra i suoi luoghi d’interessse vi sono la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, la chiesa di San Salvatore con annesso Hospitale di Santo Spirito e la chiesa ed il convento di San Francesco.
  • Camartina — Piccolo centro abitato 706 m s.l.m. Il paese si trova lungo il Fosso Camartina ed ha al suo interno la chiesa dedicata a sant’Emidio.
  • Capodacqua — È una frazione situata verso il lembo estremo della regione Marche al confine con Lazio ed Umbria. Di particolare interesse vi è l’Oratorio della Madonna del Sole. Un piccolo edificio a pianta ottagonale, costruito nel 1528, attribuito a Cola dell’Amatrice, è dedicato alla alla Madonna patrona del borgo. L’interno è riccamente affrescato con dipinti del Cinquecento. Il più interessante è “L’Assunzione della Beata Vergine” di stile rinascimentale. La facciata è decorata con iscrizioni, bassorilievi, un rosone ed il cristogramma IHS. Il campanile a vela ospita una sola campana risalente al 1558.
  • Colle di Arquata — Frazione tra le più popolose del comune. Conserva nel suo tessuto urbano molte abitazioni in pietra ed è nota per la produzione di carbone vegetale da combustione. Nel paese vi è la chiesa di San Silvestro.
  • Faete – Piccolo borgo costruito all’interno di un bosco di faggi sull’altura che fronteggia Arquata. Dalla sua posizione gode di un bel panorama sul capoluogo e sulla rocca medioevale. Poco fuori dal paese si trova la chiesa della Madonna della Neve.
  • Pescara del Tronto — Si trova a 4 km dal capoluogo sulla la SP129. Il paese è noto per le sorgenti che hanno dato vita al suo acquedotto. Nella chiesa locale è conservata la croce astile in rame lavorata a sbalzo catalogata tra le più antiche della regione Marche.
  • Piedilama — Frazione che si trova poco prima del paese di Pretare salendo a Forca di Presta.
  • Pretare — Alle falde del monte Vettore ed è famoso per la leggenda delle fate. Poco distanti dal centro del paese, salendo verso il valico si trovano i resti di un’antica fornace.
  • Spelonga — Il centro abitato ha ancora oggi molte le abitazioni in pietra, spesso dotate di scale esterne e graziose loggette. Sovente si vedono architravi di porte con bassorilievi dell’immagine di un angelo in volo.
  • Trisungo — Il paese è identificato come la Statio di Ad Centesimum della Tavola Peutingeriana. Al suo interno si trovano: un antico ponte, un cippo miliare dell’età augustea e la chiesa di Santa Maria delle Grazie.
  • Tufo — Piccolo borgo poco popolato, identificato come la Statio “Ad Martis” della Tavola Peuntigeriana.
  • Vezzano La frazione che si colloca fra i paesi di Arquata e di Pescara del Tronto. Conserva molte abitazioni in pietra.

Cosa Vedere

Rocca di Arquata – La rocca è una possente architettura militare fortificata di epoca medioevale, realizzata in pietra arenacea. Si eleva isolata nella zona a nord del centro urbano di Arquata e con le sue torri domina e vigila sull’alta Valle del Tronto e sulla Salaria. Fu eretta come caposaldo preposto al controllo del territorio, con funzioni tattiche e difensive. La costruzione del presidio ebbe inizio tra l’XI e il XII secolo e si protrasse fino al XV al fine di migliorare, incrementare e potenziare le sue capacità di difesa. Al primitivo insediamento, costituito dal torrione a pianta esagonale, furono aggiunti: la torre del mastio a base quadrata, esposta a nord, tra il XIV ed il XV secolo, e il torrione a base circolare del lato sud-ovest, di cui restano le mura di fondazione. Il recinto murario garantiva sicurezza agli abitanti del paese quando si rifugiavano al suo interno. Questa fortezza è conosciuta anche con il nome di Castello della Regina Giovanna per la leggenda che la lega alla figura della sovrana che ne fece la sua residenza negli anni compresi tra il 1420 ed il 1435. In quel tempo la rocca si trovava sotto la dominazione del Regno di Napoli e la regina fu probabilmente Giovanna II di Napoli, della dinastia d’Angiò. Secondo la tradizione amava invitare nella sua stanza i giovani pastori della valle e con questi si intratteneva e giaceva durante la notte e, se insoddisfatta, li faceva appendere alla torre, sentenziando la loro fine. Secondo la tradizione, il fantasma della nobile ospite si aggira ancora oggi nella fortezza.

Porta Sant’Agata – È l’unica porta medioevale sopravvissuta fino ai nostri giorni. Nelle sue vicinanze si osservano ancora oggi i resti delle mura che circondavano il borgo. Ben conservata, si compone di conci irregolari di pietra arenaria. I due stabili, di semplice architettura, si elevano con altezze diverse. Nell’arco a tutto sesto della costruzione più bassa, dove si trovava incardinato il portone, si evidenziano due stemmi del XVI secolo. Uno rappresenta il simbolo della famiglia nursina dei Quarantotto e ha la forma di uno scudo con «il bassorilievo di un’aquila fissante un sole movente dal cantone sinistro dello scudo stesso.» L’altro mostra scolpito «un cassero merlato alla ghibellina, con torre centrale ed un sinistrocherio che esce dalla base della torre ed impugna una spada alta in palo». Probabile stemma della famiglia Passerini di Norcia.

Chiesa della Santissima Annunziata – Sede della parrocchia arquatana, si trova lungo la via che conduce alla fortezza. Il suo semplice ed essenziale stile architettonico è decorato da un importante portale di pietra arenaria scolpito. L’interno si compone in un unico ambiente, adorno di altari lignei, una cantoria, la tela dell’Annunciazione del XVI, opera di particolare pregio, collocata sulla parete di fondo e il Crocifisso ligneo policromo.

Crocifisso Ligneo Policromo del XIII secolo – L’arredo storico di maggiore pregio della chiesa della Santissima Annunziata è il Crocifisso ligneo policromo risalente della seconda metà del XIII secolo. Poggiato sopra su un capitello, è noto per essere considerato la statua sacra più antica delle regione Marche.

Sindone di Arquata del Tronto – (presso la Chiesa di San Francesco di Borgo d’Arquata). La Sindone di Arquata, permanentemente esposta nella sua teca di protezione, si trova all’interno dell’aula liturgica della chiesa di San Francesco. Si tratta di una fedele riproduzione del sacro lino, un: «EXTRACTVM AB ORIGINALI», (ossia estratto dall’originale), che è stato accostato con la reliquia torinese nel 1655 e nel 1931. È stata ritrovata nel XVII secolo durante l’esecuzione di lavori di restauro della chiesa, custodita in un’urna, nascosta nel retro della nicchia di un altare. È corredata da un certificato di autenticazione sottoscritto da Guglielmo Sanza, cancelliere vescovile, e Paolo Brizio, vescovo e conte della città piemontese di Alba. Probabilmente lo Stato Pontificio scelse di affidare questa copia ai frati francescani che vivevano in questo luogo remoto per conservare una sorta di “copia di sicurezza” dell’altra che al tempo era in possesso di Casa Savoia. Poche sono state le sue ostensioni in passato, l’ultima volta al tempo della seconda guerra mondiale.

Fonte: Wikipedia

Foce di Montemonaco, Lago di Pilato, Marche, montemonaco, Monti Sibillini, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Umbria

I Monti Sibillini: Pizzo del Diavolo

Pizzo del Diavolo

Il Pizzo del Diavolo è una struttura rocciosa all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Raggiunge l’altitudine di 2.410 m s.l.m. sopra il lago di Pilato.

È possibile raggiungere la sua vetta attraverso il percorso escursionistico che parte da Foce di Montemonaco, oppure partendo da Forca di Presta salendo fino alla Cima del Redentore e scendendo fino al lago. Esistono molte vie alpinistiche per arrivare alla sua sommità e la scalata di questa parete è considerata una delle più difficili sui Monti Sibillini.

Si può inoltre raggiungere la vetta dal rifugio Tito Zilioli camminando in cresta.

 

Gran Gendarme

Il Gran Gendarme è la struttura più a destra (guardando di fronte) al Pizzo del Diavolo. Alto circa 150 m ha una roccia molto buona, a tratti ottima, ideale per le scalate.

Venite a scoprire queste vallate insieme a Vivere i Sibillini e il Nordic Walking per tutti.

Siamo presenti a Foce di Montemonaco.

Lago di Pilato, Marche, Monti Sibillini

I Monti Sibillini: Cima del Lago

Il Lago di Pilato visto da Cima del Lago

La vetta Cima del Lago raggiungere i 2.423 di altitudine, si trova sul confine tra Marche ed Umbria si affaccia verso est nord-est sul Lago di Pilato e Monte Vettore, mentre verso ovest nord-ovest sul Pian Grande di Castelluccio di Norcia.

Il monte deve questo nome alla sua posizione panoramica sul Lago di Pilato. Infatti solo da questa cima è possibile vedere dall’alto l’intera estensione del lago. Costituisce insieme allo stesso Vettore e Punta di Prato Pulito la vetta più a sud di un arco montuoso che ha una caratteristica forma ad “U” ai cui piedi si estende la Valle del Lago. Di soli 53m più basso del Vettore è una delle cime più elevate del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Venite a scoprire queste vallate insieme a Vivere i Sibillini e il Nordic Walking per tutti.

Siamo presenti a Foce di Montemonaco.

Leggende dei Monti Sibillini, Marche, Monte Sibilla, montemonaco, Monti Sibillini

Leggende dei Monti Sibillini: Cecco d’Ascoli e le fate ballerine

Statua di Cecco d’Ascoli

Molte leggende, corrono per le gole dei Monti Sibillini rotolando di bocca in bocca fra gli immaginosi montanari dei due versanti. E sono di una piacevole immediatezza grazie proprio alle loro vistose incongruenze logiche e cronologiche.

Si dice che Cecco d’Ascoli prima ancora che le leggende si coagulassero compiutamente negli scritti, fosse salito su quei Monti, al Lago di Pilato, per consacrarvi il suo libro del comando e, armato di cotanto diabolico ordigno, fosse riuscito a catturare e a prosciugare nei pressi di Ussita, una sorgente salutifera. L’astrologo ascolano mando’ in bestia gli del luogo. Nel quattrocento soprattutto, le contrade sibilline di Ussita erano particolarmente felici per i negromanti, tanto che dovette intervenire l’autorità del Castello con pene severe contro “certi incantatori” vestiti da frate che si aggiravano per la valle dicendo di voler scoprire un tesoro nascosto sotto terra a mezzo di arti magiche e diaboliche. Cecco d’Ascoli, piu’ dotato di virtu’ magica che poetica, secondo la diceria del popolino, avrebbe compiuto un altro portentoso incantesimo quando, in una notte, chiamo’ all’esistenza di pietra un magnifico ponte. Un “ponte del diavolo”, si’ ma sempre un ponte !

Dunque, fin giu’ le valli arrivavano gli effetti demoniaci dell’antro e del lago. Anzi, non solo gli effetti, anche gli spiriti che li abitavano, perchè essi scendevano fino a Pretare, in soavissime forme di fate scintillanti, bramose di ballare con i giovani piu’ avvenenti del villaggio. Fino ad alcuni anni fa qualche vecchio del luogo ci giurava di averle viste, e chi, sa, magari di averci fatto qualche sgambetto a ritmo di “salterello”… Venivano, naturalmente, dalla “ Grotta delle Fate “, perchè, appunto erano…fate!

Scendevano anche a Castelluccio, a Foce, a Rocca per danzare con la fresca gioventu’ maschile nella notte, e solo nella notte, perchè se venivano sorprese nei villaggi dalle prime luci del giorno, erano dolori per tutte loro. Se ne ricordano quella volta che, colte dagli incipienti chiarori dell’alba a ballare sfrenatamente con i maschi di Castelluccio, dovettero svignarsela di tutta corsa su per il monte, come furie devastatrici: tanto che quella fascia di ghiaia che sega traversalmente il monte Vettore, fu originata proprio da quella loro rovinosa fuga. Ed è per questo che vien detta la “ strada delle fate “.

Correvano sull’ala rapida del vento, scalfendo la roccia con il loro piede di capra. Sissignori, di capra, perchè le diafane e agilissime ancelle della Sibilla si muovevano nelle danze come libellule poggiando proprio su piedi di capra, ben nascosti sotto i loro lunghi veli, che si aprivano a campana nel vortice frenetico del ballo.

E la gente diceva:

“ son pure belle queste fate

ma gli crocchian le gambe come le capre “.

Nessuno poteva immaginare che l’appendice pedestre di quei bellissimi corpi di donne fosse costituita da pezzi caprini. E quando a Foce un montanaro, sorpreso dallo scricchiolio dei piedi di un’incantevole fata ballerina, scopri’ al posto delle scarpette scintillanti alla Cenerentola due luridi zoccoletti di capra, inorridi’ e fu sul punto di gridareall’inganno diabolico. Ma la danzatrice infernale gli soffio’ sull’orecchio parole magiche:

” Tu non parlerai ! In cambio del tuo segreto avrai ricchezza a dismisura: ogni volta che porrai la mano in tasca, la ritrarrai fuori carica di monete d’oro ! ”

E fu proprio cosi’, per lungo tempo. Peccato che quel montanaro un giorno volle rivelare il segreto: fu un attimo, e tutto il denaro accumulato scomparve in un brivido di lampi infernali.

Tratto dal libro: Le leggende dei Monti Sibillini