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Sei buoni motivi che ti faranno innamorare dei Monti Sibillini

Nei Monti Sibillini camminerai incontrando meraviglie e misteri

Per questi sentieri, ti verrà incontro il cielo; sentirai vibrare un’energia che scuote l’anima. Le cime erbose di queste montagne aspre, belle, aperte, affacciate su altipiani immensi, ti parleranno. Chi respira in questi luoghi può diventare un viandante in cerca di sé. Qui, nel vento, nelle memorie degli abitanti di queste terre, nelle vene dei suoi alberi, sono custodite storie antichissime. Se al crepuscolo guardi i crinali, forse vedrai passare un cavaliere di nome Guerrino, che giunse qui per interrogare la donna magica nascosta in questi Monti. La Sibilla Appenninica. Per porle la domanda più tremenda: “Fata, chi sono io?”.

Perché questi sono i Monti Azzurri di Giacomo Leopardi

Il borgo dei Poeti – Smerillo

Quando, inquieto e furioso, sedeva sui dolci colli cercando l’infinito, Giacomo Leopardi da Recanati volgeva lo sguardo a Occidente e vedeva la maestosità di Montagne che avevano il colore dei cieli. Un azzurro ricamato di pulviscoli magici. E lui, che sapeva il giorno natale è cosa funesta, si commuoveva: guardando i borghi posati sulle cime dei colli dolci, e poi le vie dorate e gli orti e, quindi, il mare; e, più lontano ancora, il monte. Qui, come Leopardi, capirai che esiste un colore che è oltre la natura: l’azzurro dei Monti Sibillini sul ricamo verde-oro del paesaggio marchigiano.

 Perché questa è una terra selvaggia

Lo sanno i camosci; lo sanno i lupi, che qui sopravvissero negli anni Settanta quando in Italia erano quasi estinti nella Penisola; lo sa il colchido d’autunno quando fiorisce nella luce tiepida; lo sa l’aquila reale quando zitta sovrasta le vette: queste sono zone selvagge. Autentiche. Come la sua gente. Qui non troverai niente. Se non quello che non può non esserci. Nemmeno una parola, di troppo. Qui potrai sottrarti all’idiota sovrabbondanza del mondo. Into the Wild, nel cuore dell’Italia.

 Perché qui pregò Francesco, qui imprecò Cecco

Gli eremi nascosti tra gli anfratti di queste montagne tradiscono la spiritualità profonda della cultura e della tradizione dei Sibillini; qui, da Assisi, passò Francesco e si fermò, riconoscendo un volto splendido delle creature; queste terre sono la cornice dei Fioretti. Ma sono anche terre maledette, da sempre meta e rifugio di eretici, alchimisti, negromanti; e i nomi spettrali di questi posti splendidi, ognuno con una sua leggenda, stanno a ricordarcelo: l’Infernaccio; il Lago di Pilato; Pizzo del Diavolo; Passo cattivo… Qui il negromante Cecco d’Ascoli venne a divinare i suoi testi proibiti sull’astrologia teologica. Cammini tra i Monti Sibillini e i Cieli, nell’anima, si mescolano misteriosamente con gli Abissi.

 Perché qui assaporerai cibi che sanno di leggenda

Quasi fossero nascosti dietro nomi segreti, come sapori sottratti agli Dei da qualche Prometeo goloso, i cibi dei Monti Sibillini sono, per chi li assaggia, epifanie non diverse da quelle custodite nelle sue leggende: qui assaggerai un salame che si spalma, una lenticchia fatta d’oro, un amaro preparato con erbe calpestate da fate, un dolce creato con il cuore caldo dei marroni, delle olive nate dagli alberi con dentro prelibata carne macinata, un vino dolce come ambrosia. Quindi, non temere quando ascolterai i suoni di parole come “ciauscolo”, “lendicchia-de-castelluccio”, “amaro sivilla”, “castagnaccio”, “jie “scolane”, “vìccotto”, e molte altri: non sono mostri leggendari, bensì prelibatezze vere di questi Monti, venute direttamente dalla terra più pura.

Perché sarai in compagnia di Fate caprine e Mazzamurelli

sibilla reginaSe ogni tradizione ha le sue fate, quelle dei Monti Sibillini sono uniche e straordinarie; non le donne metà donna e metà farfalla della tradizione celtica, né le anfibie fanciulle-foca delle storie delle Orcadi; non le ittiche ragazze, dette Sirene, degli Elleni: qui le fate, come raccontano i pastori, sono ragazze stupende dai ricci rossi e biondi, ma con piedi e zoccoli di capra. Figlie di Pan e degli Elfi, sono la corte della Regina Sibilla, e se sei coraggioso e fortunato forse potrai pericolosamente danzare con loro, in alcune notti di luna. Se non ci credi, chiedilo ai folletti, che qui abbondano, e si manifestano sempre con i loro dispetti (per la gente maleducata e superba) o i con il loro aiuto (per i pochi altri): i piccoli uomini campestri, alti venti centimetri circa, che qui chiamiamo “Mazzamurelli”.

In parte riadattato, Huffingtonpost.it

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I comuni dei Sibillini: Montemonaco (AP)

Montemonaco – Foto A. Barbizzi

Montemonaco, è un comune italiano della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Territorio

Montemonaco sorge nell’alta valle dell’Aso, su un leggero pianoro di cresta prospiciente Monte Zampa e Monte Sibilla ad una quota di 988 m s.l.m. È per altezza il secondo comune delle Marche.

Il territorio comunale ricade per la maggior parte all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e spazia dalle vette del Massiccio del Vettore, nel cui alveo morenico è ospitato il Lago di Pilato, a quelle dell’Argentella, Pizzo del Diavolo, Palazzo Borghese, Monte Porche che segnano il confine amministrativo con Norcia e l’Umbria, fino alle creste di Monte Sibilla e il Comune di Montefortino verso nord/est. Dai morbidi pendii erbosi di Monte Sibilla e Monte Zampa fino al degradare del paesaggio collinare verso Comunanza. Dalle colline sul lato sud dell’alta valle dell’Aso e Monte Altino si estende agli altopiani prossimi alla chiesa di Santa Maria in Pantano nel Comune di Montegallo.

La strutturazione orografica prevalente è quella tipica del paesaggio agrario della media e alta montagna appenninica, caratterizzata da una successione di creste aeree, di gole incassate e profonde, ripidi pendii pietrosi che s’innalzano da lievi declivi coperti di boschi. Le ristrette valli sono innervate da torrenti a volte impetuosi, che discendono in direzione del Mare Adriatico insieme alla rete viaria di crinale e fondovalle.

Queste le caratteristiche geomorfologiche di un “espressivo ed inalterato scenario naturale di notevole valore ambientale” ancora poco antropizzato e per lo più ricompreso nel Versante della Magia del Parco nazionale dei Monti Sibillini.

Storia

Le prime indagini storiche su Montemonaco condotte nella prima metà del Novecento da Augusto Vittori fanno risalire l’origine del toponimo ad un nucleo di monaci benedettini stabilitosi in questo piccolo altopiano sin dall’VIII secolo. L’incastellamento e la costituzione in libero comune avvenne nel XIII secolo dopo che si era notevolmente indebolita l’autorità dei Nobili di Monte Passillo e degli altri signorotti locali. Fu allora che i montemonachesi costruirono le alte mura in pietra intervallate da torrioni, che sin da allora resero Montemonaco indipendente e fiera nel respingere gli attacchi dei vicini Comuni di Norcia, Montefortino, Amandola, Arquata del Tronto e persino di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino ai quali, a dispetto di Amandola e Montefortino che nelle diverse occasioni erano state sempre conquistate, riuscirono ad imporre patti di reciproca convenienza. È con il 1545 che si ha finalmente la codifica degli statuti comunali sulla scorta delle antiche usanze e riadattando i precetti di San Benedetto, su cui si era probabilmente formata la civitas medievale. Talmente orgogliosa delle proprie tradizioni, che la vedevano sin dal X secolo aggregata alla diocesi di Fermo e al Presidiato Farfense, recalcitrò non poco nel piegarsi, obtorto collo, al potente Papa montaltese Sisto V che l’aggregò, in spiritualibus alla diocesi di Montalto, da lui appena creata, nel 1586.

Nei secoli successivi il territorio di Montemonaco perse via via la sua importanza strategica che l’aveva qualificato, sin dal Medioevo, un particolare snodo viario al centro degli intensi traffici lungo la viabilità nord/sud del versante adriatico della penisola.

La storia di Montemonaco tuttavia, al di là dei poteri costituiti che nel tempo ne hanno segnato le vicende civili è stata influenzata, fin dall’epoca pagana, dalla presenza dell’icona della Sibilla Appenninica e della sua mitica Grotta. Una presenza dai molteplici riflessi e con la quale la piccola comunità, amministrata dal potere centrale della Chiesa, nel corso della sua storia ha vissuto momenti di non sempre facile convivenza.

Fra storia e leggenda

Le Paradis de la Reine Sibylle – Edizione del 1930

Terra di antiche frequentazioni, accoglieva stabilmente sin dal tardo Medioevo genti provenienti da terre lontane. Attratte dalla liberalità e dall’insofferenza ai poteri costituiti dei montemonachesi alcune frange ereticali come i Fraticelli Michelisti, i Clareni, i Sacconi, i seguaci dei Cavalieri templari ed altri eretici scappati da stati o città meno tolleranti, si riversarono sin dal XIV secolo nelle più sicure terre montane del territorio di Montemonaco e dei comuni limitrofi. Altri decisero di attraversare il Mare Adriatico e si stabilirono in Dalmazia o in Grecia.

Fra gli accadimenti del XV secolo, che contribuiranno ulteriormente, nei secoli successivi, a far conoscere Montemonaco ben oltre il suo naturale ambito geografico, ve ne sono di significativi almeno due: da una parte la venuta in queste terre dello scudiero francese Antoine de La Sale al servizio della Duca Luigi III d’Angiò nel maggio 1420 dall’altra la pubblicazione nel 1473 del Romanzo di Andrea da Barberino, Guerrino detto meschino. Entrambi gli avvenimenti si muovono sullo sfondo della leggenda della Sibilla Appenninica e il complesso ipogeo della sua Grotta, ricompreso sin dall’antico nel territorio montemonachese.

Ma mentre nel romanzo di Andrea da Berberino, Montemonaco è citata marginalmente in una trama letteraria tutta incentrata sulla leggenda della Sibilla Appenninica e della sua mitica grotta, il diario autoptico di Antoine de La Sale (quel che dirà di vedere o di ascoltare dalla viva voce dei Montemonachesi, lo annoterà riportandolo nel racconto intitolato Le Paradis de la Reine Sibylle, la cui prima versione manoscritta è conservata alla biblioteca del museo Condé, castello di Chantilly, poi inserito nella sua summa pedagogica, La Salade, destinata all’istruzione di Jean d’Anjou, figlio del re Renato (René d’Anjou) è storicamente interessante come primo indiretto tentativo di cui si abbia notizia volto a laicizzare la leggenda della Sibilla all’inizio della Rinascenza.

La fama della Sibilla Appenninica doveva aver raggiunto la Borgogna se la Duchessa Agnese, sorella di Filippo Il Buono, pare avesse un arazzo nel suo castello con la rappresentazione della grotta della Sibilla. La Sale vide l’arazzo proprio nel castello di Angers, nel 1437, in occasione della festa di nozze della figlia di lei, Maria di Borbone, col figlio di Renato d’Angiò, e, constatando che la raffigurazione dei luoghi non corrispondeva al vero, decise di narrarle il viaggio, compiuto 17 anni prima, e tutto ciò che aveva visto e udito. Fra le motivazioni che avrebbero spinto La Sale ad intraprendere il viaggio Detlev Kraack individua quello dell’onore: tuttavia, non fu inviato dalla dama stessa sui monti della Sibilla. La Sale viaggiava già da tempo in Italia, al seguito dei duchi d’Angiò, Luigi II e Luigi III, prima, il re Renato poi. Gli Angiò speravano di recuperare il regno di Napoli, ma tale speranza fu infranta nel 1442, quando quella città venne strappata dagli Aragonesi.

La Sale partì quindi dalla Borgogna e arrivò in Umbria, fece tappa ad Assisi e Spoleto, dove lasciò incise le sue insegne nella Basilica di San Francesco e nel Duomo spoletino. Quindi attraverso il passo di Sasso Borghese il 28 maggio 1420 giunse a Montemonaco.Lì ascolta dalla voce dei Montemonachesi fra cui Antonio Fumato i racconti sulla Regina Sibilla, cerca di capire se esistono veramente Fate e Sibille, e inizia ad incamminarsi verso la Grotta. Seguirà tutto il racconto sul Regno della Sibilla e le sue Ancelle velato di paura e scettiscismi “ad arte” per salvarsi dall’Inquisizione. De La Sale tornerà a Montemonaco una seconda volta nel 1440.

Montemonaco scomunicata… e assolta

In una pergamena del 1452, ad appena dodici anni dall’ultima visita di Antoine de La Sale, viene trascritta la sentenza di assoluzione da scomunica dei Priori e di tutta la comunità montemonachese per aver ospitato Cavalieri provenienti dalla Spagna e dal Regno di Napoli, dediti da mesi all’arte dell’alchimia in una casa del paese (casa di Ser Catarino).

I principali capi d’accusa sono quelli di aver (i montemonachesi) aiutato e accompagnato i Cavalieri fino al lago della Sibilla (Lago di Pilato) per consacrarvi i libri diabolici e, una volta messi in carcere per ordine dell’inquisizione, di averli fatti scappare! La Santa Inquisizione dichiara nel documento di essere venuta “casualmente” a conoscenza degli antefatti, da cui era scattato l’arresto dei Cavalieri, e in un secondo momento della loro fuga. L’inquisitore della Marca anconitana De Guardarjis traduce allora i Priori e tutta la comunità in tribunale a Tolentino per giudicarli.

Ma stranamente, alla fine di un lungo dibattimento processuale tutti vengono assolti e liberati dalla scomunica, grazie all’atteggiamento liberale che dominava nella Marca anconitana, al contrario dell’Italia Settentrionale e del resto d’Europa dove una simile circostanza avrebbe provocato l’accensione di una notevole quantità di roghi.

Questo documento, scrive Paolo Aldo Rossi, fa emergere l’Italia Centrale al di fuori di quell’orror et amor diabolicus che a soli due anni dalla pubblicazione del noto trattato dell’Inquisitore generale di Carcassonne Jean Vineti, dichiara la Stregoneria una nuova forma di eresia, e darà il via nell’Italia del nord e in tutt’Europa alla caccia alle Streghe.Per Rossi le valenze psicoantropologiche sottese alla decisione del De Guardarjis nei confronti della comunità montemonachese, andrebbero ricercate, attraverso un’indagine interdisciplinare, nell’esame di millenni di sedimentazione collettiva, quando manifesta quando segreta di questo come di altri territori, che in senso generale nemmeno il trionfo del razionalismo scientifico ha ancora risolto.

Monumenti e luoghi d’interesse

All’interno della cinta muraria, nella parte alta del paese, limitrofa alla porta San Biagio e addossata alle antiche mura, fu edificata nel XVI secolo la chiesa parrocchiale di San Benedetto. Contigua alla più antica San Biagio intra mœnia del XV secolo, che fu eretta ampliando un piccolo oratorio del XIII secolo, la chiesa di San Benedetto conserva all’interno di una lunetta, un affresco con una crocifissione attribuita alla scuola del Crivelli, un braccio d’argento, contenente la reliquia di San Benedetto da Norcia, opera del maestro orafo Cristoforo da Norcia e un crocifisso ligneo di arte marchigiana del XV secolo.

Scendendo lungo viale Italia s’incontra sulla destra la chiesa di san Giovanni Battista del XV secolo ad un’unica navata. Di pregevole conserva una Vergine del soccorso opera del pittore Vitruccio Vergari databile al 1520. Nell’abside, semicircolare, si trova una nicchia, incorniciata da due bastoni fioriti con finale a testa di serpente di ambito neoplatonico e che doveva accogliere probabilmente una statua in epoca quattrocentesca.

Proseguendo ancora lungo la via, si innalza il cinquecentesco palazzo dei Priori (oggi sede del comune). Il palazzo è il frutto di un rimaneggiamento della fine del XVI secolo della più antica struttura degli inizi del XV secolo di cui si conserva traccia nei quattrocenteschi ricommessi lapidei delle finestre con iscrizioni tronche, prive di sequenza.

Dell’antico castello in cima al paese non v’è più traccia se non nel toponimo di via di Castello. Al termine della via, nella parte più alta di Montemonaco, sorge un grande belvedere, oggi Parco Montiguarnieri, delimitato a settentrione da un tratto delle antiche mura, e da cui l’ampia vista panoramica domina verso est il degradare delle colline fino al Mare Adriatico e ad ovest la catena dei Monti Sibillini che, da Monte Sibilla a Monte Vettore, raccoglie il declinare dell’altopiano dove sorse il Borgo fortificato.

Aree naturali

Lago di Pilato

È situato all’interno del territorio comunale, a meno di un chilometro dal confine umbro, è l’unico lago naturale delle Marche e uno dei pochissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sull’appennino. Particolare e suggestiva la sua ubicazione tra pareti impervie e verticali immediatamente sotto la cima del Monte Vettore.

Le dimensioni e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni: è infatti alimentato, oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la superficie dello specchio d’acqua fino all’inizio dell’estate.

Il lago di Pilato

Il lago ospita un particolare endemismo, il Chirocefalo del Marchesoni: è un piccolo crostaceo di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto.

Nella tradizione popolare prende il suo nome dalla leggenda secondo la quale nelle sue acque sarebbe finito il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte da Tiberio. Il corpo, chiuso in un sacco, venne affidato ad un carro di bufali lasciati liberi di peregrinare senza meta e sarebbe precipitato nel lago dall’affilata cresta della Cima del Redentore.

Nel XIV secolo ricadeva sotto il dominio di Norcia ed era considerato luogo di streghe e negromanti. Nelle prime opere letterarie si racconta che le autorità religiose furono costrette a proibirne l’accesso dal versante nursino e a far porre una forca come monito, all’inizio del sentiero che conduceva al lago. Sempre nella letteratura si narra che per questo motivo intorno al suo bacino furono alzati muri a secco al fine di evitare il raggiungimento delle sue acque.

Altro nome usato nell’antichità era quello di Lago della Sibilla (Lacum Sibillæ), come si evince da una sentenza di assoluzione emessa a favore della comunità montemonachese dal Giudice della Marca Anconitana De Guardaris nel 1452.

Secondo altre leggende questo sarebbe un Lago d’Averno da cui si entra nel mondo degli Inferi.

Le frazioni

Altino

La piccola frazione di Altino è situata a 1045 m s.l.m., al limitare dei secolari boschi di castagno e della fascia delle faggete, sovrastata dal verde manto dell’omonimo monte

altino
Direzione Altino – Il Monte Vettore

(Monte Altino o Cima delle Prata). Addossato al degradare delle creste del massiccio del Vettore, sul versante sud del fiume Aso, è l’abitato di antico insediamento più elevato di tutto il versante adriatico dei Sibillini. Dal belvedere di Altino si gode un panorama a 360 gradi: dagli Appennini al mare, al monte Conero e alle montagne dell’Abruzzo. Il borgo sorge lungo il Grande Anello dei Sibillini ed è costituito da un grazioso agglomerato di case dall’impianto cinque-seicentesco con al centro una piccola chiesa circondata dal verde degli abeti. Nel secondo dopoguerra è andato inesorabilmente spopolandosi in seguito alla crisi dell’economia agricola montana, ma oggi sta tornando a nuova vita, grazie ad una spiccata vocazione turistica. Le strutture ricettive sono costituite da un bar ristorante, da vari appartamenti e monolocali, da una casa in autogestione per gruppi numerosi e comunità, e, nei pressi dell’abitato, da spazi adibiti a campeggi scout.

Collina

In epoca medievale il piccolo agglomerato di case di Collina, era probabilmente situato ad una quota leggermente più alta verso ovest lungo il tratturo che da Montemonaco sin dall’antico conduceva a Monte Zampa e la Sibilla e forse a causa dei terremoti fu ricostruito nel Cinquecento dov’è ora.

Il sentiero per la Sibilla lì s’incrociava con l’antica via Francesca proveniente da Garulla, Sarnano, San Ginesio (Saint Denis dei francesi) e il nord Italia, prima di arrivare a Montemonaco.La frazione è andata via via depauperandosi della qualità architettonica degli edifici e conserva la chiesa di San Donato, oggetto a Montemonaco di particolare venerazione con la celebrazione della ricorrenza del Santo a cui partecipa la comunità.

Ferrà

Piccola frazione situata vicino alla strada che da Montemonaco conduce attraverso le creste collinari a Comunanza.

Foce

Chiamata agli inizi del Novecento la piccola svizzera picena, per il laghetto naturale che

Foce
Foce

la bagnava e i ridenti e scoscesi boschetti che la raccoglievano, Foce si trova a 945 m s.l.m. di quota, all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini, dove la valle del fiume Aso è stretta tra le vette più alte del gruppo montuoso. Nonostante la sua posizione apparentemente isolata e il rigido clima invernale è stata tappa fondamentale, sin dall’epoca tardo imperiale (VI-VII secolo), per coloro che attraverso il passo di Sasso Borghese nei mesi estivi provenivano dall’altopiano di Castelluccio per scendere nella valle dell’Aso e le comunità picene.

Delle due antiche chiese di Foce resta l’attuale San Bartolomeo e si è perduta, probabilmente a causa dei terremoti, quella di Santa Maria di Foce del XV secolo descritta nel disegno di Antoine de La Sale come “SantMa de Fogia”, che doveva trovarsi in posizione rialzata rispetto al livello attuale del borgo e spostata verso il Monte Sibilla.

È meta di turisti e viaggiatori che vogliono trascorrere giornate all’aria aperta o campeggiare sui prati del Piano della Gardosa, punto di partenza per risalire attraverso il ripido sentiero delle “Svolte” fino al Lago di Pilato a 1949 m s.l.m. ed eventualmente procedere fino alle vette del Massiccio del Vettore.

L’originale laghetto di Foce alimentato dalla Fonte della Cerasa si è notevolmente ridotto a causa della captazione delle acque della sorgente dell’Aso e in estate il più delle volte si prosciuga.

Foce dista 10 km da Montemonaco.

Isola San Biagio

Percorrendo la SP 148 verso Colleregnone, dista 4 km da Montemonaco.

Rivo Rosso

Percorrendo 8km in direzione Vallegrascia s’incontra la frazione.

Pignotti

Dista 4 km da Foce e 4 km da Montemonaco

Rocca

Gemella di Vallegrascia nel testimoniare la ricchezza raggiunta dalla gente del luogo nel XVI secolo con i suoi edifici cinquecenteschi, dai paramenti ben profilati in pietra a vista e ricchi di decori, il territorio di Rocca racconta una lunga storia vissuta tra epoca tardo imperiale e XVII secolo fino ad oggi.

Infatti oltre il fiume, sui piccoli altopiani, ad una quota di cento metri superiore all’attuale insediamento, restano le fondamenta di quello che fu probabilmente un pagus romano prima e fino alla metà del XIII secolo un castello nursino, poi passato sotto il controllo montemonachese e via via abbandonato per riutilizzarne nel XV secolo il materiale lapideo nella ricostruzione del Borgo lungo il fiume.

Estremamente ricca di acque, anche minerali, aveva nel suo seno un vasto complesso di edifici cinquecenteschi, fra cui probabilmente un ospitale per i viandanti che vi si ristoravano e di cui rimangono significativi resti architettonici nei suoi edifici.

Edifici costruiti con materiale in pietra serena e pietra tufacea tipica del luogo arricchita da un interessante motivo decorativo. Infatti più che ricalcare gli stilemi decorativi del XV-XVI secolo risulta coerente con un florilegio simbolico riprodotto, quasi per gemmazione spontanea, in alcuni borghi del territorio Montemonachese.

Ben inserita nella viabilità medievale lungo l’Aso, (partendo da Foce e seguendo la via tardo imperiale è il primo nucleo abitativo che s’incontra) qui incrociava anche il tratturo proveniente da Altino per Montemonaco. Inoltre da Rocca partiva uno dei sentieri principali che collegava il fondovalle alla Grotta della Sibilla, per coloro che non volevano risalire fino al capoluogo e giungere direttamente così alle “Grotte Nere” e su fino alla vetta di Monte Sibilla.

Ad un Km sulla strada per Foce di Montemonaco s’incontrano le fonti delle “Pisciarelle” che con il notevole gettito d’acqua, da molti ritenuta “minerale”, accolgono file di persone provenienti dal Piceno, intente a rifornirsi di acqua. Gli anni ’80 hanno visto la ricostruzione e il restauro di molti edifici della frazione ed il rivitalizzarsi della sua economia con l’apertura di ristoranti ed alberghi. Rocca dista 6 km da Montemonaco.

Ropaga

Piccola frazione, si trova a metà strada tra Montemonaco e San Giorgio all’Isola, a 3 km di distanza da Montemonaco.

San Giorgio all’Isola

È un piccolo agglomerato di case poco distante dall’antica chiesa di San Giorgio edificata nel X secolo sulle rive del fiume Aso. Come altre chiese del territorio è stata fino al XVI secolo sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Farfa attraverso la vicaria del monastero di Santa Vittoria in Matenano. All’interno conserva interessanti affreschi del XVI secolo raffiguranti Sant’Antonio, San Sebastiano, San Bartolomeo una Crocifissione e una Madonna con bambino. Nell’abside ritroviamo resti di affreschi di scuola bizantina del XII secolo.

Dalla frazione di San Giorgio all’Isola inizia il lago artificiale di Gerosa meta sui prati e i fitti boschetti delle sue sponde di turisti ed escursionisti durante l’estate.

Tofe

Vicino alla piccola frazione di Tofe lungo l’antica via tardo Imperiale e prospiciente la riva del fiume s’innalza la chiesa di Santa Maria in Casalicchio del XIV secolo. Dell’impianto di questa antica chiesa romanica rimane la sacrestia, che probabilmente risale al XIII secolo, ma che per alcuni studiosi locali venne edificata sulle rovine o in prossimità di un antico tempio pagano.

Certo è che sin dal Quattrocento aveva assunto un’importanza notevole se le comunità picene in lite tra loro la sceglievano per giurarvi i patti o la pace raggiunta. Interessanti gli affreschi, attribuiti a Vitruccio Vergari, raffiguranti una Madonna con bambino del XVI secolo (Madonna delle rose) e una Crocifissione. All’esterno, come unico decoro, la presenza di due stelle scolpite, una a cinque punte ed una a sei, ai lati della monofora prospiciente l’antica via.

Per un voto fatto dalla Comunità montemonachese all’indomani della grande peste del Seicento, si svolge da allora, il 20 gennaio di ogni anno, la festa di San Sebastiano, con una processione (anche con bufera e neve) che da Montemonaco scende fino alla chiesa.

È tradizione che dopo la funzione, il Comune offra a tutti i partecipanti provenienti dal Piceno, pane, vino cotto e salsicce. Negli ultimi decenni si sono aggiunti in processione i Vigili Urbani che hanno come protettore San Sebastiano.

Vallegrascia

Il Toponimo deriva dalla Grascia, il frumento (farro in prevalenza), trasportato nel Medioevo in copiosa messe lungo la valle.

Fonte Wikipedia

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Leggende dei Monti Sibillini: Cecco d’Ascoli e le fate ballerine

Statua di Cecco d’Ascoli

Molte leggende, corrono per le gole dei Monti Sibillini rotolando di bocca in bocca fra gli immaginosi montanari dei due versanti. E sono di una piacevole immediatezza grazie proprio alle loro vistose incongruenze logiche e cronologiche.

Si dice che Cecco d’Ascoli prima ancora che le leggende si coagulassero compiutamente negli scritti, fosse salito su quei Monti, al Lago di Pilato, per consacrarvi il suo libro del comando e, armato di cotanto diabolico ordigno, fosse riuscito a catturare e a prosciugare nei pressi di Ussita, una sorgente salutifera. L’astrologo ascolano mando’ in bestia gli del luogo. Nel quattrocento soprattutto, le contrade sibilline di Ussita erano particolarmente felici per i negromanti, tanto che dovette intervenire l’autorità del Castello con pene severe contro “certi incantatori” vestiti da frate che si aggiravano per la valle dicendo di voler scoprire un tesoro nascosto sotto terra a mezzo di arti magiche e diaboliche. Cecco d’Ascoli, piu’ dotato di virtu’ magica che poetica, secondo la diceria del popolino, avrebbe compiuto un altro portentoso incantesimo quando, in una notte, chiamo’ all’esistenza di pietra un magnifico ponte. Un “ponte del diavolo”, si’ ma sempre un ponte !

Dunque, fin giu’ le valli arrivavano gli effetti demoniaci dell’antro e del lago. Anzi, non solo gli effetti, anche gli spiriti che li abitavano, perchè essi scendevano fino a Pretare, in soavissime forme di fate scintillanti, bramose di ballare con i giovani piu’ avvenenti del villaggio. Fino ad alcuni anni fa qualche vecchio del luogo ci giurava di averle viste, e chi, sa, magari di averci fatto qualche sgambetto a ritmo di “salterello”… Venivano, naturalmente, dalla “ Grotta delle Fate “, perchè, appunto erano…fate!

Scendevano anche a Castelluccio, a Foce, a Rocca per danzare con la fresca gioventu’ maschile nella notte, e solo nella notte, perchè se venivano sorprese nei villaggi dalle prime luci del giorno, erano dolori per tutte loro. Se ne ricordano quella volta che, colte dagli incipienti chiarori dell’alba a ballare sfrenatamente con i maschi di Castelluccio, dovettero svignarsela di tutta corsa su per il monte, come furie devastatrici: tanto che quella fascia di ghiaia che sega traversalmente il monte Vettore, fu originata proprio da quella loro rovinosa fuga. Ed è per questo che vien detta la “ strada delle fate “.

Correvano sull’ala rapida del vento, scalfendo la roccia con il loro piede di capra. Sissignori, di capra, perchè le diafane e agilissime ancelle della Sibilla si muovevano nelle danze come libellule poggiando proprio su piedi di capra, ben nascosti sotto i loro lunghi veli, che si aprivano a campana nel vortice frenetico del ballo.

E la gente diceva:

“ son pure belle queste fate

ma gli crocchian le gambe come le capre “.

Nessuno poteva immaginare che l’appendice pedestre di quei bellissimi corpi di donne fosse costituita da pezzi caprini. E quando a Foce un montanaro, sorpreso dallo scricchiolio dei piedi di un’incantevole fata ballerina, scopri’ al posto delle scarpette scintillanti alla Cenerentola due luridi zoccoletti di capra, inorridi’ e fu sul punto di gridareall’inganno diabolico. Ma la danzatrice infernale gli soffio’ sull’orecchio parole magiche:

” Tu non parlerai ! In cambio del tuo segreto avrai ricchezza a dismisura: ogni volta che porrai la mano in tasca, la ritrarrai fuori carica di monete d’oro ! ”

E fu proprio cosi’, per lungo tempo. Peccato che quel montanaro un giorno volle rivelare il segreto: fu un attimo, e tutto il denaro accumulato scomparve in un brivido di lampi infernali.

Tratto dal libro: Le leggende dei Monti Sibillini

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Il giardino dei Sibillini: La Rosa canina

Rosa Canina
Frutti maturi di Rosa Canina Parco Nazionale dei Monti Sibillini

La rosa canina o rosa selvatica è la specie di rosa spontanea più comune in Italia, molto frequente nelle siepi e ai margini dei boschi. talvolta viene chiamata rosa selvatica, rosa di macchia. appartiene alla famiglia delle rosace e al genere Rosa.

Il periodo di fioritura della rosa canina è tra i mesi di maggio e giugno, i fiori hanno un colore rosa oppure bianco, molto raramente rosso, possono avere una larghezza di circa cinque centimetri, crescono solitari oppure in gruppi di due o tre. Il calice, cioè il più esterno degli involucri fiorali è composto da cinque sepali con bordi frastagliati con frange più o meno lunghe, la corolla è formata da cinque petali. Gli stami sono parecchi e presentano colore giallo.

I piccoli frutti (bacche) raggiungono la maturazione nel tardo autunno,  sono considerati le “sorgenti naturali” più concentrate in Vitamina C, presente in quantità fino a 50-100 volte superiore rispetto alle arance e limoni, e per questo in grado di contribuire al rafforzamento delle difese naturali dell’organismo (100 grammi di bacche contengono la stessa quantità di vitamina C di 1 chilo degli agrumi tradizionali).

Proprietà e benefici della rosa canina

  • Fonte di vitamina C
  • Rafforza il sistema immunitario
  • È benefica per la pelle
  • Fonte di vitamine del gruppo B
  • Alleviare i dolori articolari
  • Prevenire tosse, raffreddore e influenza
  • Proprietà antinfiammatorie
  • Benefica per le vie urinarie
  • Benefica per le vie respiratorie
  • Prevenire e alleviare il mal di gola
  • Proprietà depurative
  • Proprietà immunomodulanti