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Nordic Walking: benessere per il corpo e per la mente

Nordic Walking

Il Nordic Walking consente di unire ai benefici di una normale camminata una tonificazione muscolare completa, oltre a spingerci a stare all’aria aperta anche quando le temperature si fanno più rigide.

Facile da praticare:  il Nordic Walking è una camminata alla quale si aggiungono due appositi bastoncini. E’ un’attività fisica di tipo aerobico, adatta a persone di ogni età, che prevede un movimento fluido e rapido, sostenuto da spinte effettuate da gambe e braccia in modo alternato. Quando spinge la gamba destra è il braccio sinistro a fare presa, e viceversa: con un po’ di pratica si acquisisce sicurezza e il passo diventa sicuro e leggero. Mantenendo ben diritta la schiena, la colonna vertebrale eretta e gli addominali contratti potremo sentire i muscoli delle gambe e delle braccia rilassarsi per poi contrarsi nuovamente. Imparare a camminare in modo corretto è un esercizio utilissimo anche nella vita di tutti i giorni, a patto che vengano utilizzate anche calzature adatte. 

Molto meglio della palestra: secondo le ricerche, il Nordic Walking è un esercizio estremamente completo che coinvolge oltre l’80% della muscolatura. L’utilizzo dei bastoncini rende più agevole il mantenere la postura corretta e consente di guadagnare un passo più sicuro e veloce. Perfetto per soffre di problemi articolari, il Nordic Walking grazie all’uso dei bastoncini evita di far gravare il peso corporeo su ginocchio e anca: ottimo dunque anche in caso di riabilitazione dopo eventuali fratture.

Perfetto per la linea: se vogliamo migliorare la nostra forma fisica, la camminata con i bastoncini è certamente il metodo più efficace e meno faticoso a nostra disposizione. Con il Nordic Walking si allena anche la parte superiore del corpo, potenziando la tonicità delle braccia e delle fasce addominali. Come se non bastasse, gli studi hanno evidenziato come in soli 40 minuti di Nordic Walking si sciolgano più grassi rispetto a una corsa a ritmo lento di pari durata, con benefiche ripercussioni anche sul controllo dei livelli di colesterolo e di trigliceridi nel sangue. 

Ottimo per il cuore: la camminata con i bastoncini è l’ideale per mantenere in buona salute anche il cuore, in quanto migliora la circolazione e l’ossigenazione del nostro organismo, che riceve un massaggio benefico dai piedi alla colonna vertebrale. Con questa pratica la frequenza cardiaca aumenta di circa 10-15 pulsazioni al minuto: un vero e proprio esercizio cardiocircolatorio in grado di allenare il cuore e combattere l’invecchiamento.

Allontana lo stress: oltre a favorire la mobilizzazione della colonna vertebrale, il Nordic Walking è ottimo per la zona della cervicale: contratture e tensioni tendono a diminuire, regalando una risposta positiva nella riduzione dello stress. Non va sottovalutato poi che per poter praticare questo sport occorre stare all’aperto: gli spazi verdi e la natura saranno ideali per godere di paesaggi rilassanti ricchi di ossigeno e bellezza. 

Fonte: Tgcom24

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Il Nordic Walking (Camminata Nordica), lo sport che brucia i grassi

Il Nordic Walking, la camminata con gli appositi bastoncini, è lo sport perfetto per mantenersi (ma anche rimettersi) in forma. Il Nordic Walking, infatti, mette in circolo le endorfine, sostanze preziose per il buonumore, aumenta la circolazione del sangue, previene diabete, ipertensione arteriosa, obesità, osteoporosi, ictus e infarto, tonifica tutto il corpo e… fa dimagrire!

Camminare è un’attività a portata di tutti e che regala grandi benefici. Nel Nordic Walking, alla camminata “normale” si abbina l’uso dei bastoncini, si ha un maggior dispendio calorico (il consumo energetico è superiore del 20-30% rispetto alla camminata senza bastoncini), e la tonificazione anche della parte alta del corpo, in particolare tricipiti, spalle e dorso, con il coinvolgimento di circa il 90% della muscolatura del corpo ma con poco carico su ossa e articolazioni.

Per raggiungere i migliori risultati, bisognerebbe  praticare il nordic walking, 30-40 minuti almeno tre volte alla settimana, meglio se consecutivi oppure, se non è possibile, in vari momenti nell’arco della giornata. Uno studio italiano condotto alcuni anni fa dalla Clinica pediatrica dell’Università di Verona e pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism ha identificato nella camminata costante a 4 km orari – una passeggiata blanda – l’andatura ideale per sciogliere i grassi.

Come fare a stabilire il ritmo? Devi riuscire a parlare mentre cammini, o comunque a respirare senza affanno. Solo così, infatti, sarai sicura di stare svolgendo un’attività aerobica e quindi di essere in modalità “bruciagrassi”. Se puoi, programma le tue uscite di Nordic Walking settimanali, meglio ancora se in compagnia di qualche amico o in gruppo. In questo modo la motivazione sarà ancora più forte!

Fonte: Riza.it

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I comuni dei Sibillini: Montemonaco (AP)

Montemonaco – Foto A. Barbizzi

Montemonaco, è un comune italiano della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Territorio

Montemonaco sorge nell’alta valle dell’Aso, su un leggero pianoro di cresta prospiciente Monte Zampa e Monte Sibilla ad una quota di 988 m s.l.m. È per altezza il secondo comune delle Marche.

Il territorio comunale ricade per la maggior parte all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e spazia dalle vette del Massiccio del Vettore, nel cui alveo morenico è ospitato il Lago di Pilato, a quelle dell’Argentella, Pizzo del Diavolo, Palazzo Borghese, Monte Porche che segnano il confine amministrativo con Norcia e l’Umbria, fino alle creste di Monte Sibilla e il Comune di Montefortino verso nord/est. Dai morbidi pendii erbosi di Monte Sibilla e Monte Zampa fino al degradare del paesaggio collinare verso Comunanza. Dalle colline sul lato sud dell’alta valle dell’Aso e Monte Altino si estende agli altopiani prossimi alla chiesa di Santa Maria in Pantano nel Comune di Montegallo.

La strutturazione orografica prevalente è quella tipica del paesaggio agrario della media e alta montagna appenninica, caratterizzata da una successione di creste aeree, di gole incassate e profonde, ripidi pendii pietrosi che s’innalzano da lievi declivi coperti di boschi. Le ristrette valli sono innervate da torrenti a volte impetuosi, che discendono in direzione del Mare Adriatico insieme alla rete viaria di crinale e fondovalle.

Queste le caratteristiche geomorfologiche di un “espressivo ed inalterato scenario naturale di notevole valore ambientale” ancora poco antropizzato e per lo più ricompreso nel Versante della Magia del Parco nazionale dei Monti Sibillini.

Storia

Le prime indagini storiche su Montemonaco condotte nella prima metà del Novecento da Augusto Vittori fanno risalire l’origine del toponimo ad un nucleo di monaci benedettini stabilitosi in questo piccolo altopiano sin dall’VIII secolo. L’incastellamento e la costituzione in libero comune avvenne nel XIII secolo dopo che si era notevolmente indebolita l’autorità dei Nobili di Monte Passillo e degli altri signorotti locali. Fu allora che i montemonachesi costruirono le alte mura in pietra intervallate da torrioni, che sin da allora resero Montemonaco indipendente e fiera nel respingere gli attacchi dei vicini Comuni di Norcia, Montefortino, Amandola, Arquata del Tronto e persino di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino ai quali, a dispetto di Amandola e Montefortino che nelle diverse occasioni erano state sempre conquistate, riuscirono ad imporre patti di reciproca convenienza. È con il 1545 che si ha finalmente la codifica degli statuti comunali sulla scorta delle antiche usanze e riadattando i precetti di San Benedetto, su cui si era probabilmente formata la civitas medievale. Talmente orgogliosa delle proprie tradizioni, che la vedevano sin dal X secolo aggregata alla diocesi di Fermo e al Presidiato Farfense, recalcitrò non poco nel piegarsi, obtorto collo, al potente Papa montaltese Sisto V che l’aggregò, in spiritualibus alla diocesi di Montalto, da lui appena creata, nel 1586.

Nei secoli successivi il territorio di Montemonaco perse via via la sua importanza strategica che l’aveva qualificato, sin dal Medioevo, un particolare snodo viario al centro degli intensi traffici lungo la viabilità nord/sud del versante adriatico della penisola.

La storia di Montemonaco tuttavia, al di là dei poteri costituiti che nel tempo ne hanno segnato le vicende civili è stata influenzata, fin dall’epoca pagana, dalla presenza dell’icona della Sibilla Appenninica e della sua mitica Grotta. Una presenza dai molteplici riflessi e con la quale la piccola comunità, amministrata dal potere centrale della Chiesa, nel corso della sua storia ha vissuto momenti di non sempre facile convivenza.

Fra storia e leggenda

Le Paradis de la Reine Sibylle – Edizione del 1930

Terra di antiche frequentazioni, accoglieva stabilmente sin dal tardo Medioevo genti provenienti da terre lontane. Attratte dalla liberalità e dall’insofferenza ai poteri costituiti dei montemonachesi alcune frange ereticali come i Fraticelli Michelisti, i Clareni, i Sacconi, i seguaci dei Cavalieri templari ed altri eretici scappati da stati o città meno tolleranti, si riversarono sin dal XIV secolo nelle più sicure terre montane del territorio di Montemonaco e dei comuni limitrofi. Altri decisero di attraversare il Mare Adriatico e si stabilirono in Dalmazia o in Grecia.

Fra gli accadimenti del XV secolo, che contribuiranno ulteriormente, nei secoli successivi, a far conoscere Montemonaco ben oltre il suo naturale ambito geografico, ve ne sono di significativi almeno due: da una parte la venuta in queste terre dello scudiero francese Antoine de La Sale al servizio della Duca Luigi III d’Angiò nel maggio 1420 dall’altra la pubblicazione nel 1473 del Romanzo di Andrea da Barberino, Guerrino detto meschino. Entrambi gli avvenimenti si muovono sullo sfondo della leggenda della Sibilla Appenninica e il complesso ipogeo della sua Grotta, ricompreso sin dall’antico nel territorio montemonachese.

Ma mentre nel romanzo di Andrea da Berberino, Montemonaco è citata marginalmente in una trama letteraria tutta incentrata sulla leggenda della Sibilla Appenninica e della sua mitica grotta, il diario autoptico di Antoine de La Sale (quel che dirà di vedere o di ascoltare dalla viva voce dei Montemonachesi, lo annoterà riportandolo nel racconto intitolato Le Paradis de la Reine Sibylle, la cui prima versione manoscritta è conservata alla biblioteca del museo Condé, castello di Chantilly, poi inserito nella sua summa pedagogica, La Salade, destinata all’istruzione di Jean d’Anjou, figlio del re Renato (René d’Anjou) è storicamente interessante come primo indiretto tentativo di cui si abbia notizia volto a laicizzare la leggenda della Sibilla all’inizio della Rinascenza.

La fama della Sibilla Appenninica doveva aver raggiunto la Borgogna se la Duchessa Agnese, sorella di Filippo Il Buono, pare avesse un arazzo nel suo castello con la rappresentazione della grotta della Sibilla. La Sale vide l’arazzo proprio nel castello di Angers, nel 1437, in occasione della festa di nozze della figlia di lei, Maria di Borbone, col figlio di Renato d’Angiò, e, constatando che la raffigurazione dei luoghi non corrispondeva al vero, decise di narrarle il viaggio, compiuto 17 anni prima, e tutto ciò che aveva visto e udito. Fra le motivazioni che avrebbero spinto La Sale ad intraprendere il viaggio Detlev Kraack individua quello dell’onore: tuttavia, non fu inviato dalla dama stessa sui monti della Sibilla. La Sale viaggiava già da tempo in Italia, al seguito dei duchi d’Angiò, Luigi II e Luigi III, prima, il re Renato poi. Gli Angiò speravano di recuperare il regno di Napoli, ma tale speranza fu infranta nel 1442, quando quella città venne strappata dagli Aragonesi.

La Sale partì quindi dalla Borgogna e arrivò in Umbria, fece tappa ad Assisi e Spoleto, dove lasciò incise le sue insegne nella Basilica di San Francesco e nel Duomo spoletino. Quindi attraverso il passo di Sasso Borghese il 28 maggio 1420 giunse a Montemonaco.Lì ascolta dalla voce dei Montemonachesi fra cui Antonio Fumato i racconti sulla Regina Sibilla, cerca di capire se esistono veramente Fate e Sibille, e inizia ad incamminarsi verso la Grotta. Seguirà tutto il racconto sul Regno della Sibilla e le sue Ancelle velato di paura e scettiscismi “ad arte” per salvarsi dall’Inquisizione. De La Sale tornerà a Montemonaco una seconda volta nel 1440.

Montemonaco scomunicata… e assolta

In una pergamena del 1452, ad appena dodici anni dall’ultima visita di Antoine de La Sale, viene trascritta la sentenza di assoluzione da scomunica dei Priori e di tutta la comunità montemonachese per aver ospitato Cavalieri provenienti dalla Spagna e dal Regno di Napoli, dediti da mesi all’arte dell’alchimia in una casa del paese (casa di Ser Catarino).

I principali capi d’accusa sono quelli di aver (i montemonachesi) aiutato e accompagnato i Cavalieri fino al lago della Sibilla (Lago di Pilato) per consacrarvi i libri diabolici e, una volta messi in carcere per ordine dell’inquisizione, di averli fatti scappare! La Santa Inquisizione dichiara nel documento di essere venuta “casualmente” a conoscenza degli antefatti, da cui era scattato l’arresto dei Cavalieri, e in un secondo momento della loro fuga. L’inquisitore della Marca anconitana De Guardarjis traduce allora i Priori e tutta la comunità in tribunale a Tolentino per giudicarli.

Ma stranamente, alla fine di un lungo dibattimento processuale tutti vengono assolti e liberati dalla scomunica, grazie all’atteggiamento liberale che dominava nella Marca anconitana, al contrario dell’Italia Settentrionale e del resto d’Europa dove una simile circostanza avrebbe provocato l’accensione di una notevole quantità di roghi.

Questo documento, scrive Paolo Aldo Rossi, fa emergere l’Italia Centrale al di fuori di quell’orror et amor diabolicus che a soli due anni dalla pubblicazione del noto trattato dell’Inquisitore generale di Carcassonne Jean Vineti, dichiara la Stregoneria una nuova forma di eresia, e darà il via nell’Italia del nord e in tutt’Europa alla caccia alle Streghe.Per Rossi le valenze psicoantropologiche sottese alla decisione del De Guardarjis nei confronti della comunità montemonachese, andrebbero ricercate, attraverso un’indagine interdisciplinare, nell’esame di millenni di sedimentazione collettiva, quando manifesta quando segreta di questo come di altri territori, che in senso generale nemmeno il trionfo del razionalismo scientifico ha ancora risolto.

Monumenti e luoghi d’interesse

All’interno della cinta muraria, nella parte alta del paese, limitrofa alla porta San Biagio e addossata alle antiche mura, fu edificata nel XVI secolo la chiesa parrocchiale di San Benedetto. Contigua alla più antica San Biagio intra mœnia del XV secolo, che fu eretta ampliando un piccolo oratorio del XIII secolo, la chiesa di San Benedetto conserva all’interno di una lunetta, un affresco con una crocifissione attribuita alla scuola del Crivelli, un braccio d’argento, contenente la reliquia di San Benedetto da Norcia, opera del maestro orafo Cristoforo da Norcia e un crocifisso ligneo di arte marchigiana del XV secolo.

Scendendo lungo viale Italia s’incontra sulla destra la chiesa di san Giovanni Battista del XV secolo ad un’unica navata. Di pregevole conserva una Vergine del soccorso opera del pittore Vitruccio Vergari databile al 1520. Nell’abside, semicircolare, si trova una nicchia, incorniciata da due bastoni fioriti con finale a testa di serpente di ambito neoplatonico e che doveva accogliere probabilmente una statua in epoca quattrocentesca.

Proseguendo ancora lungo la via, si innalza il cinquecentesco palazzo dei Priori (oggi sede del comune). Il palazzo è il frutto di un rimaneggiamento della fine del XVI secolo della più antica struttura degli inizi del XV secolo di cui si conserva traccia nei quattrocenteschi ricommessi lapidei delle finestre con iscrizioni tronche, prive di sequenza.

Dell’antico castello in cima al paese non v’è più traccia se non nel toponimo di via di Castello. Al termine della via, nella parte più alta di Montemonaco, sorge un grande belvedere, oggi Parco Montiguarnieri, delimitato a settentrione da un tratto delle antiche mura, e da cui l’ampia vista panoramica domina verso est il degradare delle colline fino al Mare Adriatico e ad ovest la catena dei Monti Sibillini che, da Monte Sibilla a Monte Vettore, raccoglie il declinare dell’altopiano dove sorse il Borgo fortificato.

Aree naturali

Lago di Pilato

È situato all’interno del territorio comunale, a meno di un chilometro dal confine umbro, è l’unico lago naturale delle Marche e uno dei pochissimi laghi glaciali di tipo alpino presenti sull’appennino. Particolare e suggestiva la sua ubicazione tra pareti impervie e verticali immediatamente sotto la cima del Monte Vettore.

Le dimensioni e la portata d’acqua dipendono principalmente dalla distribuzione delle precipitazioni: è infatti alimentato, oltre che dalle piogge, soprattutto dallo scioglimento delle nevi, che ricoprono per buona parte dell’anno la superficie dello specchio d’acqua fino all’inizio dell’estate.

Il lago di Pilato

Il lago ospita un particolare endemismo, il Chirocefalo del Marchesoni: è un piccolo crostaceo di colore rosso che misura 9-12 millimetri e nuota col ventre rivolto verso l’alto.

Nella tradizione popolare prende il suo nome dalla leggenda secondo la quale nelle sue acque sarebbe finito il corpo di Ponzio Pilato condannato a morte da Tiberio. Il corpo, chiuso in un sacco, venne affidato ad un carro di bufali lasciati liberi di peregrinare senza meta e sarebbe precipitato nel lago dall’affilata cresta della Cima del Redentore.

Nel XIV secolo ricadeva sotto il dominio di Norcia ed era considerato luogo di streghe e negromanti. Nelle prime opere letterarie si racconta che le autorità religiose furono costrette a proibirne l’accesso dal versante nursino e a far porre una forca come monito, all’inizio del sentiero che conduceva al lago. Sempre nella letteratura si narra che per questo motivo intorno al suo bacino furono alzati muri a secco al fine di evitare il raggiungimento delle sue acque.

Altro nome usato nell’antichità era quello di Lago della Sibilla (Lacum Sibillæ), come si evince da una sentenza di assoluzione emessa a favore della comunità montemonachese dal Giudice della Marca Anconitana De Guardaris nel 1452.

Secondo altre leggende questo sarebbe un Lago d’Averno da cui si entra nel mondo degli Inferi.

Le frazioni

Altino

La piccola frazione di Altino è situata a 1045 m s.l.m., al limitare dei secolari boschi di castagno e della fascia delle faggete, sovrastata dal verde manto dell’omonimo monte

altino
Direzione Altino – Il Monte Vettore

(Monte Altino o Cima delle Prata). Addossato al degradare delle creste del massiccio del Vettore, sul versante sud del fiume Aso, è l’abitato di antico insediamento più elevato di tutto il versante adriatico dei Sibillini. Dal belvedere di Altino si gode un panorama a 360 gradi: dagli Appennini al mare, al monte Conero e alle montagne dell’Abruzzo. Il borgo sorge lungo il Grande Anello dei Sibillini ed è costituito da un grazioso agglomerato di case dall’impianto cinque-seicentesco con al centro una piccola chiesa circondata dal verde degli abeti. Nel secondo dopoguerra è andato inesorabilmente spopolandosi in seguito alla crisi dell’economia agricola montana, ma oggi sta tornando a nuova vita, grazie ad una spiccata vocazione turistica. Le strutture ricettive sono costituite da un bar ristorante, da vari appartamenti e monolocali, da una casa in autogestione per gruppi numerosi e comunità, e, nei pressi dell’abitato, da spazi adibiti a campeggi scout.

Collina

In epoca medievale il piccolo agglomerato di case di Collina, era probabilmente situato ad una quota leggermente più alta verso ovest lungo il tratturo che da Montemonaco sin dall’antico conduceva a Monte Zampa e la Sibilla e forse a causa dei terremoti fu ricostruito nel Cinquecento dov’è ora.

Il sentiero per la Sibilla lì s’incrociava con l’antica via Francesca proveniente da Garulla, Sarnano, San Ginesio (Saint Denis dei francesi) e il nord Italia, prima di arrivare a Montemonaco.La frazione è andata via via depauperandosi della qualità architettonica degli edifici e conserva la chiesa di San Donato, oggetto a Montemonaco di particolare venerazione con la celebrazione della ricorrenza del Santo a cui partecipa la comunità.

Ferrà

Piccola frazione situata vicino alla strada che da Montemonaco conduce attraverso le creste collinari a Comunanza.

Foce

Chiamata agli inizi del Novecento la piccola svizzera picena, per il laghetto naturale che

Foce
Foce

la bagnava e i ridenti e scoscesi boschetti che la raccoglievano, Foce si trova a 945 m s.l.m. di quota, all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini, dove la valle del fiume Aso è stretta tra le vette più alte del gruppo montuoso. Nonostante la sua posizione apparentemente isolata e il rigido clima invernale è stata tappa fondamentale, sin dall’epoca tardo imperiale (VI-VII secolo), per coloro che attraverso il passo di Sasso Borghese nei mesi estivi provenivano dall’altopiano di Castelluccio per scendere nella valle dell’Aso e le comunità picene.

Delle due antiche chiese di Foce resta l’attuale San Bartolomeo e si è perduta, probabilmente a causa dei terremoti, quella di Santa Maria di Foce del XV secolo descritta nel disegno di Antoine de La Sale come “SantMa de Fogia”, che doveva trovarsi in posizione rialzata rispetto al livello attuale del borgo e spostata verso il Monte Sibilla.

È meta di turisti e viaggiatori che vogliono trascorrere giornate all’aria aperta o campeggiare sui prati del Piano della Gardosa, punto di partenza per risalire attraverso il ripido sentiero delle “Svolte” fino al Lago di Pilato a 1949 m s.l.m. ed eventualmente procedere fino alle vette del Massiccio del Vettore.

L’originale laghetto di Foce alimentato dalla Fonte della Cerasa si è notevolmente ridotto a causa della captazione delle acque della sorgente dell’Aso e in estate il più delle volte si prosciuga.

Foce dista 10 km da Montemonaco.

Isola San Biagio

Percorrendo la SP 148 verso Colleregnone, dista 4 km da Montemonaco.

Rivo Rosso

Percorrendo 8km in direzione Vallegrascia s’incontra la frazione.

Pignotti

Dista 4 km da Foce e 4 km da Montemonaco

Rocca

Gemella di Vallegrascia nel testimoniare la ricchezza raggiunta dalla gente del luogo nel XVI secolo con i suoi edifici cinquecenteschi, dai paramenti ben profilati in pietra a vista e ricchi di decori, il territorio di Rocca racconta una lunga storia vissuta tra epoca tardo imperiale e XVII secolo fino ad oggi.

Infatti oltre il fiume, sui piccoli altopiani, ad una quota di cento metri superiore all’attuale insediamento, restano le fondamenta di quello che fu probabilmente un pagus romano prima e fino alla metà del XIII secolo un castello nursino, poi passato sotto il controllo montemonachese e via via abbandonato per riutilizzarne nel XV secolo il materiale lapideo nella ricostruzione del Borgo lungo il fiume.

Estremamente ricca di acque, anche minerali, aveva nel suo seno un vasto complesso di edifici cinquecenteschi, fra cui probabilmente un ospitale per i viandanti che vi si ristoravano e di cui rimangono significativi resti architettonici nei suoi edifici.

Edifici costruiti con materiale in pietra serena e pietra tufacea tipica del luogo arricchita da un interessante motivo decorativo. Infatti più che ricalcare gli stilemi decorativi del XV-XVI secolo risulta coerente con un florilegio simbolico riprodotto, quasi per gemmazione spontanea, in alcuni borghi del territorio Montemonachese.

Ben inserita nella viabilità medievale lungo l’Aso, (partendo da Foce e seguendo la via tardo imperiale è il primo nucleo abitativo che s’incontra) qui incrociava anche il tratturo proveniente da Altino per Montemonaco. Inoltre da Rocca partiva uno dei sentieri principali che collegava il fondovalle alla Grotta della Sibilla, per coloro che non volevano risalire fino al capoluogo e giungere direttamente così alle “Grotte Nere” e su fino alla vetta di Monte Sibilla.

Ad un Km sulla strada per Foce di Montemonaco s’incontrano le fonti delle “Pisciarelle” che con il notevole gettito d’acqua, da molti ritenuta “minerale”, accolgono file di persone provenienti dal Piceno, intente a rifornirsi di acqua. Gli anni ’80 hanno visto la ricostruzione e il restauro di molti edifici della frazione ed il rivitalizzarsi della sua economia con l’apertura di ristoranti ed alberghi. Rocca dista 6 km da Montemonaco.

Ropaga

Piccola frazione, si trova a metà strada tra Montemonaco e San Giorgio all’Isola, a 3 km di distanza da Montemonaco.

San Giorgio all’Isola

È un piccolo agglomerato di case poco distante dall’antica chiesa di San Giorgio edificata nel X secolo sulle rive del fiume Aso. Come altre chiese del territorio è stata fino al XVI secolo sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Farfa attraverso la vicaria del monastero di Santa Vittoria in Matenano. All’interno conserva interessanti affreschi del XVI secolo raffiguranti Sant’Antonio, San Sebastiano, San Bartolomeo una Crocifissione e una Madonna con bambino. Nell’abside ritroviamo resti di affreschi di scuola bizantina del XII secolo.

Dalla frazione di San Giorgio all’Isola inizia il lago artificiale di Gerosa meta sui prati e i fitti boschetti delle sue sponde di turisti ed escursionisti durante l’estate.

Tofe

Vicino alla piccola frazione di Tofe lungo l’antica via tardo Imperiale e prospiciente la riva del fiume s’innalza la chiesa di Santa Maria in Casalicchio del XIV secolo. Dell’impianto di questa antica chiesa romanica rimane la sacrestia, che probabilmente risale al XIII secolo, ma che per alcuni studiosi locali venne edificata sulle rovine o in prossimità di un antico tempio pagano.

Certo è che sin dal Quattrocento aveva assunto un’importanza notevole se le comunità picene in lite tra loro la sceglievano per giurarvi i patti o la pace raggiunta. Interessanti gli affreschi, attribuiti a Vitruccio Vergari, raffiguranti una Madonna con bambino del XVI secolo (Madonna delle rose) e una Crocifissione. All’esterno, come unico decoro, la presenza di due stelle scolpite, una a cinque punte ed una a sei, ai lati della monofora prospiciente l’antica via.

Per un voto fatto dalla Comunità montemonachese all’indomani della grande peste del Seicento, si svolge da allora, il 20 gennaio di ogni anno, la festa di San Sebastiano, con una processione (anche con bufera e neve) che da Montemonaco scende fino alla chiesa.

È tradizione che dopo la funzione, il Comune offra a tutti i partecipanti provenienti dal Piceno, pane, vino cotto e salsicce. Negli ultimi decenni si sono aggiunti in processione i Vigili Urbani che hanno come protettore San Sebastiano.

Vallegrascia

Il Toponimo deriva dalla Grascia, il frumento (farro in prevalenza), trasportato nel Medioevo in copiosa messe lungo la valle.

Fonte Wikipedia

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I Comuni dei Sibillini: Montegallo (AP)

Montegallo

Attenzione: Il 24 agosto 2016, Montegallo è stato danneggiato da un terremoto di magnitudo 6.0 verificatosi alle ore 3:36 nell’area reatina con epicentro ad Accumoli; fortunatamente non si sono contate vittime in tutto il comune, ma il danno agli immobili è stato grandissimo.

Il 30 ottobre 2016 alle ore 7:40 un violento terremoto di magnitudo 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci , il più forte in Italia dal 1980, ha reso inagibile tutto il comune di Montegallo, lasciando in piedi poche case danneggiate. Dalla scossa del 30 ottobre, sono stati registrati complessivamente oltre 2200 eventi sismici, e alle ore 09:00 del 3 novembre, ne sono stati registrati circa 290 di magnitudo compresa tra 3 e 4 e 20 di magnitudo compresa tra 4 e 5.

In seguito al protrarsi di questo sciame sismico, tutta la popolazione del comune è stata evacuata.

Montegallo è un comune italiano  della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Situato ai piedi del Monte Vettore, è comune sparso con sede nella frazione di Balzo e fa parte della Comunità Montana del Tronto.

Storia

Non esistono testimonianze scritte o ritrovamenti archeologici che si riferiscono al territorio di Montegallo in epoca antica e romana, anche se alcuni ritrovamenti di frecce e ghiande missili fanno pensare che la zona sia stata scenario di battaglie o contese in epoca antica. In epoca medioevale la zona era nota con il nome di Santa Maria in Lapide, dal nome di un’importante chiesa, ancora esistente, che domina la zona.

Intorno all’VIII secolo fu mandato a governare in queste zone Marchio Gallo, un vicario di Carlo Magno. Egli eresse un castello nella cima del monte che sovrasta l’abitato moderno di Balzo. Il castello venne chiamato Mons Sanctae Mariae in Gallo e divenne un punto di riferimento per gli abitanti della zona. Da questo periodo in poi il territorio iniziò ad essere chiamato Monte Gallorum o Monte Gallo.

Nell’anno 1039 Montegallo entra nella giurisdizione dell’Abbazia di Farfa, e vi rimane fino al 1572, quando entra a far parte del Presidiato Sistino di Montalto. In questo secolo il Castello posto alla sommità del monte inizia a decadere, e la popolazione mano a mano si trasferisce più a valle in luoghi più comodi e meno impervi. Nel 1580 solo 13 famiglie abitavano nel castello di Santa Maria in Gallo, dove ancora si trovavano il Palazzo Comunale e la dimora del Parroco.

Alla metà del XVII secolo il castello di Santa Maria in Gallo era ormai ridotto a macerie e completamente spopolato, alle pendici del monte venne fondato il nuovo centro abitato di Balzo, attuale centro amministrativo del comune. Con l’Unità d’Italia Montegallo divenne comune del Regno d’Italia.

Negli anni passati ha raggiunto una popolazione massima anche di oltre 3.000 abitanti ma poi, con le congiunture negative degli anni sessanta-settanta e la conseguente emigrazione verso Germania, Svizzera, Brasile e altre destinazioni, l’intero comune si è spopolato, anche perché gli emigranti, al ritorno, hanno deciso di stabilirsi nelle città più grandi.

Monumenti e luoghi d’interesse

Le più grandi attrazioni del territorio di Montegallo sono rappresentate sicuramente dalle bellezze paesaggistiche e naturalistiche della zona. Oltre alle bellezze naturali sono presenti anche molti luoghi di interesse storico, artistico e religioso. Numerose chiese rurali si trovano nella zona, altre ancora sono oggi scomparse. Le due chiese rurali più importanti sono sicuramente quella di S. Maria in Lapide e quella di S. Maria in Pantano (crollata con il terremoto del 30 ottobre 2016), di origine antichissima. In passato esisteva una terza importante chiesa, quella di S. Michele in Furonibus, presso il passo di Galluccio, al confine con il comune di Arquata del Tronto. Oltre alle pievi rurali sono presenti molte chiese parrocchiali nei pressi dei numerosi paesi del comune. Degna di nota la chiesa di San Bernardino, a Balzo.
Economia
L’economia di questo piccolo comune si basa sul turismo e su alcune attività agricole come la silvicoltura, la produzione del tartufo, delle castagne e di altre varietà di prodotti tutti rigorosamente biologici. Negli ultimi anni lo sviluppo del turismo e della promozione del territorio hanno dato vita ad eventi di ritrovo come le sagre organizzate dalle pro loco, diversi raduni di moto e quad, escursioni organizzate, gite a cavallo. Inoltre, sono presenti percorsi turistici dove praticare il Nordic Walking  ( Vivere i Sibillini è presente a Foce di Montemonaco ) , siti di interesse storico-culturale come soprattutto la chiesa di Santa Maria in Lapide.

Le Frazioni di Montegallo

Abetito

Astorara

Balzo

Balzetto

Bisignano

Castro

Casale Nuovo

Colle

Colleluce

Collefratte

Corbara

Collicello

Fonditore

Forca

Interprete

Migliarelli

Piano

Pistrino

Propezzano

Rigo

Santa Maria in Lapide

Uscerno

Vallorsara

 

Fonte: Wikipedia e abitanti del luogo

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I comuni dei Sibillini: Comunanza (AP)

Comunanza

Comunanza ( Ascoli Piceno ) è posta in una valle dove scorre il fiume Aso; dalla quale sono visibili i monti Sibillini.

Di origini romane, sorge lungo il fiume Aso. Scavi archeologici, in prossimità di Colle Terme, dimostrano che il sito fu abitato già in epoca romana con la presenza di stabilimenti termali.

Lago di Gerosa

L’attuale insediamento si originò nel V e VI secolo, allorquando alcune famiglie della città di Ascoli Piceno si trasferirono presso questa zona per sottrarsi alle scorribande e alle incursioni barbariche. Il borgo ebbe alterne vicissitudini e fu conteso tra Amandola e Ascoli Piceno, rimanendo nella sfera di influenza di quest’ultima. Circa un chilometro fuori dal paese, in prossimità del Monte Pasillo, 588 m s.l.m., ci sono ancora i ruderi del castello che fu della famiglia Nobili. Non si riesce a ricostruire la forma e la struttura originaria del fortilizio. Il nome Comunanza appare per la prima volta nel 1324 in quanto un documento riporta “Communantia Montis Passilli Civis Districtualis Esculi”.

Durante il ventennio fascista assunse la denominazione di Comunanza del Littorio, tornando poi al solo nome di Comunanza nel 1946.

A Comunanza è stato attribuito il titolo di “paese della longevità” data la forte presenza di centenari.

Monumenti e luoghi d’interesse

Tra i monumenti principali, vanno ricordati:

  • Chiesa di Sant’Anna, in stile tardo-Romanico;
  • Chiesa di San Francesco, costruita sui resti di un edificio fortificato templare;
  • Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, in stile neoclassico ricostruita nel 1831; Custodisce un organo Barocco a due tastiere, unico in Europa per antichità, grandezza e sonorità.
  • Chiesa di Santa Maria a Terme, realizzata nel IX secolo in arenaria sui resti di un tempio pagano dell’insediamento romano scomparso di Interamnia Poletina Piceni.
  • Resti di stabilimenti termali di epoca romana.

 

Organo Barocco a due tastiere unico al mondo

A nord del paese, sul Monte Pasillo, si trovano i ruderi della la rocca dei Signori de’ Monte Passillo poi chiamati Nobili, teatro di continue battaglie, che terminarono solo all’inizio del ‘300 quando gli ascolani lo distrussero assoggettandosi il borgo, fino all’età napoleonica.

Da vedere, anche, la misteriosa frazione di Cossinino, borgo medioevale composto circa da 16 case, abbandonato negli anni 50; il ponte Romano di Gerosa e il suggestivo lago di Gerosa, immmersi in un territorio ricco di vegetazione, che dal ’500 all’unità d’Italia dava riparo a diverse bande di briganti.

Il piccolissimo borgo trecentesco di Polverina, con le case in pietra e la chiesetta duecentesca di S: Maria Assunta solitaria sul colle con il suo campanile la cui campana fa ancora sentire la sua voce per tutta la vallata allontanando, si dice nel borgo, vento e grandine dalle coltivazioni.

Nordic Walking – Vivere i Sibillini è presente al Lago di Gerosa

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I Comuni dei Sibillini: Arquata del Tronto (AP)

Arquata del Tronto prima del sisma del 2016

ATTENZIONE: Il 24 agosto 2016 Arquata del Tronto ed i comuni dell’area al confine fra Lazio, Umbria e Marche sono stati colpiti da un violento terremoto che ha arrecato gravissimi danni ai centri abitati, con morti e feriti in seguito ai crolli. La descrizione qui riportata purtroppo non corrisponde quindi alla realtà attuale dei centri nominati, alcuni dei quali sono stati praticamente rasi al suolo dal sisma.

Da sapere

Il paese è noto soprattutto per la presenza della rocca medioevale che veglia e sovrasta il suo centro abitato. Deriva il suo toponimo Arquata dalla parola latina arx, arcis che significa insediamento fortificato, altura fortificata o rocca, cui si aggiunge del Tronto, per l’omonimo fiume che scorre nel suo territorio. Il paese ha assunto ufficialmente questa denominazione nel 1862, anno successivo alla nascita del Regno d’Italia.

Il comune conta 12 frazioni, quasi tutte costruite arroccate sulle cime dei rilievi per sfruttare la naturale difendibilità che offrono le alture. In ognuna di esse si trovano custodite interessanti e pregevoli testimonianze storico-artistiche che consentono un ideale viaggio nel tempo e attraversano i secoli partendo dall’epoca romana con il cippo miliare di Trisungo del 16 a.C. e giungono fino al XX secolo con la ricostruzione, in stile lombardo, della chiesa di San Salvatore a Borgo. Le opere sono legate alla committenza di privati o al passaggio di artisti come Cola dell’Amatrice, Panfilo da Spoleto, Bernardino Campilio da Spoleto, Pietro Grill da Göttweih detto l’Alemanno, Sebastiano Aquilano, Dionisio Cappelli o al lavoro di ignoti lapicidi che hanno scalpellato, sugli architravi delle porte e delle finestre, bassorilievi con stemmi, angeli in volo, date e simboli per indicare le specifiche attività delle botteghe. Maestri di pittura delle scuole umbro-spoletina e umbro-marchigiana, sconosciuti affrescatori, con i loro dipinti, hanno arricchito e ingentilito con vivaci cromie gli interni delle chiese. Hanno rappresentato immagini sacre, volti dolcissimi incorniciati da ricchi panneggi, ali di angeli e illustrato miracoli avvenuti tra queste montagne come a Capodacqua e Pescara del Tronto. San Bernardino da Siena, qui arrivato nel XV secolo, diffuse la sigla medioevale IHS, grafema del nome di Gesù, ancora presente sui soprassogli ornati di chiese e private dimore. Vi sono oggetti sacri e liturgici, come la copia della Sacra Sindone e le croci astili di Vezzano e Pescara del Tronto finemente sbalzate. Frammenti e memorie di battaglie riportati in terra patria. Nella chiesa parrocchiale di Spelonga è conservato lo stendardo turco strappato agli infedeli durante lo scontro di Lepanto e a Pescara del Tronto c’è la piccola reliquia che vi arrivò dalle Crociate per mano di un ignoto abitante e che ha dato vita, nome e dedicazione alla chiesa del paese.

Arquata è stata ricordata nelle cronache del viaggio di Carlo Magno, primo imperatore del Sacro Romano Impero, quando questi vi passò per recarsi a Roma per l’incoronazione. Ancora nel 1215, quando san Francesco d’Assisi visitò il borgo durante la sua missione di apostolato e nel 1849, nei racconti dello storico fermano Candido Augusto Vecchi, amico personale dell’eroe dei due mondi, che seguì Giuseppe Garibaldi nel suo viaggio alla volta di Roma. Il generale si fermò e pernottò nel paese presso casa Ambrosi, proveniente da Ascoli, prima di riprendere il suo cammino.

Il regista Pietro Germi, sul finire degli anni sessanta, scelse queste montagne e questi paesi come scenografia per ambientare e girare il film Serafino con Celentano e Ottavia Piccolo.

Cenni geografici

Il territorio dell’arquatano si estende nella zona dell’Alta Valle del Tronto, all’interno dei due parchi nazionali del Gran Sasso e Monti della Laga, a sud, e dei Monti Sibillini a nord. Confina con i comuni di: Accumoli (RI), Acquasanta Terme, Montegallo, Montemonaco, Norcia (PG), Valle Castellana (TE) e le regioni di: Lazio (provincia di Rieti), Umbria (provincia di Perugia) e Abruzzo (provincia di Teramo). L’intera zona è attraversata dalla Strada statale 4 Salaria che dalle sue diramazioni consente un agevole collegamento con i paesi dell’entroterra marchigiano e delle città di: Norcia, L’ Aquila e Roma.

L’intera area ha caratteristiche prevalentemente montuose. Tra aspri pendii si avvicendano fitti boschi di conifere a spazi pascolivi e pareti rocciose. Dalla cima del monte Vettore (2.478 s.l.m.) si scorgono il mare Adriatico, il monte Terminillo ed i massicci: dei Sibillini e del Gran Sasso d’Italia.

Il centro urbano si eleva addossato a cavallo dell’altura a sinistra del corso del fiume Tronto. Il paese dista circa 30 km da Ascoli Piceno e 30 km da Norcia.

 

Arquata del Tronto dopo il sisma del 2016

Frazioni di Arquata del Tronto

  • Borgo di Arquata— È la frazione più vicina al capoluogo. Da sempre legata alle sorti e alla storia arquatana è stata un insediamento dedito al commercio. Tra i suoi luoghi d’interessse vi sono la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, la chiesa di San Salvatore con annesso Hospitale di Santo Spirito e la chiesa ed il convento di San Francesco.
  • Camartina — Piccolo centro abitato 706 m s.l.m. Il paese si trova lungo il Fosso Camartina ed ha al suo interno la chiesa dedicata a sant’Emidio.
  • Capodacqua — È una frazione situata verso il lembo estremo della regione Marche al confine con Lazio ed Umbria. Di particolare interesse vi è l’Oratorio della Madonna del Sole. Un piccolo edificio a pianta ottagonale, costruito nel 1528, attribuito a Cola dell’Amatrice, è dedicato alla alla Madonna patrona del borgo. L’interno è riccamente affrescato con dipinti del Cinquecento. Il più interessante è “L’Assunzione della Beata Vergine” di stile rinascimentale. La facciata è decorata con iscrizioni, bassorilievi, un rosone ed il cristogramma IHS. Il campanile a vela ospita una sola campana risalente al 1558.
  • Colle di Arquata — Frazione tra le più popolose del comune. Conserva nel suo tessuto urbano molte abitazioni in pietra ed è nota per la produzione di carbone vegetale da combustione. Nel paese vi è la chiesa di San Silvestro.
  • Faete – Piccolo borgo costruito all’interno di un bosco di faggi sull’altura che fronteggia Arquata. Dalla sua posizione gode di un bel panorama sul capoluogo e sulla rocca medioevale. Poco fuori dal paese si trova la chiesa della Madonna della Neve.
  • Pescara del Tronto — Si trova a 4 km dal capoluogo sulla la SP129. Il paese è noto per le sorgenti che hanno dato vita al suo acquedotto. Nella chiesa locale è conservata la croce astile in rame lavorata a sbalzo catalogata tra le più antiche della regione Marche.
  • Piedilama — Frazione che si trova poco prima del paese di Pretare salendo a Forca di Presta.
  • Pretare — Alle falde del monte Vettore ed è famoso per la leggenda delle fate. Poco distanti dal centro del paese, salendo verso il valico si trovano i resti di un’antica fornace.
  • Spelonga — Il centro abitato ha ancora oggi molte le abitazioni in pietra, spesso dotate di scale esterne e graziose loggette. Sovente si vedono architravi di porte con bassorilievi dell’immagine di un angelo in volo.
  • Trisungo — Il paese è identificato come la Statio di Ad Centesimum della Tavola Peutingeriana. Al suo interno si trovano: un antico ponte, un cippo miliare dell’età augustea e la chiesa di Santa Maria delle Grazie.
  • Tufo — Piccolo borgo poco popolato, identificato come la Statio “Ad Martis” della Tavola Peuntigeriana.
  • Vezzano La frazione che si colloca fra i paesi di Arquata e di Pescara del Tronto. Conserva molte abitazioni in pietra.

Cosa Vedere

Rocca di Arquata – La rocca è una possente architettura militare fortificata di epoca medioevale, realizzata in pietra arenacea. Si eleva isolata nella zona a nord del centro urbano di Arquata e con le sue torri domina e vigila sull’alta Valle del Tronto e sulla Salaria. Fu eretta come caposaldo preposto al controllo del territorio, con funzioni tattiche e difensive. La costruzione del presidio ebbe inizio tra l’XI e il XII secolo e si protrasse fino al XV al fine di migliorare, incrementare e potenziare le sue capacità di difesa. Al primitivo insediamento, costituito dal torrione a pianta esagonale, furono aggiunti: la torre del mastio a base quadrata, esposta a nord, tra il XIV ed il XV secolo, e il torrione a base circolare del lato sud-ovest, di cui restano le mura di fondazione. Il recinto murario garantiva sicurezza agli abitanti del paese quando si rifugiavano al suo interno. Questa fortezza è conosciuta anche con il nome di Castello della Regina Giovanna per la leggenda che la lega alla figura della sovrana che ne fece la sua residenza negli anni compresi tra il 1420 ed il 1435. In quel tempo la rocca si trovava sotto la dominazione del Regno di Napoli e la regina fu probabilmente Giovanna II di Napoli, della dinastia d’Angiò. Secondo la tradizione amava invitare nella sua stanza i giovani pastori della valle e con questi si intratteneva e giaceva durante la notte e, se insoddisfatta, li faceva appendere alla torre, sentenziando la loro fine. Secondo la tradizione, il fantasma della nobile ospite si aggira ancora oggi nella fortezza.

Porta Sant’Agata – È l’unica porta medioevale sopravvissuta fino ai nostri giorni. Nelle sue vicinanze si osservano ancora oggi i resti delle mura che circondavano il borgo. Ben conservata, si compone di conci irregolari di pietra arenaria. I due stabili, di semplice architettura, si elevano con altezze diverse. Nell’arco a tutto sesto della costruzione più bassa, dove si trovava incardinato il portone, si evidenziano due stemmi del XVI secolo. Uno rappresenta il simbolo della famiglia nursina dei Quarantotto e ha la forma di uno scudo con «il bassorilievo di un’aquila fissante un sole movente dal cantone sinistro dello scudo stesso.» L’altro mostra scolpito «un cassero merlato alla ghibellina, con torre centrale ed un sinistrocherio che esce dalla base della torre ed impugna una spada alta in palo». Probabile stemma della famiglia Passerini di Norcia.

Chiesa della Santissima Annunziata – Sede della parrocchia arquatana, si trova lungo la via che conduce alla fortezza. Il suo semplice ed essenziale stile architettonico è decorato da un importante portale di pietra arenaria scolpito. L’interno si compone in un unico ambiente, adorno di altari lignei, una cantoria, la tela dell’Annunciazione del XVI, opera di particolare pregio, collocata sulla parete di fondo e il Crocifisso ligneo policromo.

Crocifisso Ligneo Policromo del XIII secolo – L’arredo storico di maggiore pregio della chiesa della Santissima Annunziata è il Crocifisso ligneo policromo risalente della seconda metà del XIII secolo. Poggiato sopra su un capitello, è noto per essere considerato la statua sacra più antica delle regione Marche.

Sindone di Arquata del Tronto – (presso la Chiesa di San Francesco di Borgo d’Arquata). La Sindone di Arquata, permanentemente esposta nella sua teca di protezione, si trova all’interno dell’aula liturgica della chiesa di San Francesco. Si tratta di una fedele riproduzione del sacro lino, un: «EXTRACTVM AB ORIGINALI», (ossia estratto dall’originale), che è stato accostato con la reliquia torinese nel 1655 e nel 1931. È stata ritrovata nel XVII secolo durante l’esecuzione di lavori di restauro della chiesa, custodita in un’urna, nascosta nel retro della nicchia di un altare. È corredata da un certificato di autenticazione sottoscritto da Guglielmo Sanza, cancelliere vescovile, e Paolo Brizio, vescovo e conte della città piemontese di Alba. Probabilmente lo Stato Pontificio scelse di affidare questa copia ai frati francescani che vivevano in questo luogo remoto per conservare una sorta di “copia di sicurezza” dell’altra che al tempo era in possesso di Casa Savoia. Poche sono state le sue ostensioni in passato, l’ultima volta al tempo della seconda guerra mondiale.

Fonte: Wikipedia